tag: quantified self

iMessageAnalyzer: un’utility per analizzare i propri messaggi di iMessage

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iMessageAnalyzer: un’utility per analizzare i propri messaggi di iMessage

È gratuita, e si scarica da GitHub. Potete realizzare grafici con la frequenza dei messaggi scambiati con una persona, paragonandoli per esempio all’interità dei messaggi scambiati in un giorno o semplicemente visualizzando com’è variata quantitativamente l’intensità di una conversazione/relazione nel tempo.

Non so a che possa in realtà servire, se non agli ossessionati fra noi del quantified self (alzo la mano).

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Chi possiede i tuoi passi?

BuzzFeed:

As more people monitor every part of their health with gadgets and apps, a debate is emerging over a key question: Who owns the resulting data? A small but growing number of consumers, who’ve literally sweated for that information, say device makers should give them the tools to export, analyze, and delete the data as they please. But some of the leading fitness-tracking services haven’t done much to make it easy to download data or integrate it into other systems — partly because they don’t think most customers want to view their steps in massive Excel spreadsheets, and partly in a bid to keep them from taking their steps to a rival.

Una delle ragioni che mi spinsero ad abbandonare il contapassi Fitbit fu la loro policy riguardo i miei dati: non potevo esportarli, se non abbonandomi all’account Pro (sui $50 annuali). Dopo aver pagato per il contapassi, loro si tenevano pure i miei dati.

L’esportazione è importante perché permette di spostare i dati raccolti su servizi che magari li analizzano meglio, e di non rimanere per forza legati all’analisi o presentazione dei dati offerta dal produttore del dispositivo. Mentre RunKeeper, Jawbone, e Apple offrono metodi per esportare i propri dati altri, come Google Fit e Nike+ Fuel, se li tengono ben stretti.

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SelfieApp: un selfie ogni volta che apri il Mac

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SelfieApp: un selfie ogni volta che apri il Mac

SelfieApp scatta una foto ogni volta che lo schermo del Mac si accende — all’avvio, durante il login, o quando il Mac viene risvegliato dopo un periodo di inattività. È divertente perché vi permette di catturare senza fatica dei selfie di voi stessi con cui creare, volendo, a distanza di mesi, uno di quegli inutili timelapse che rivelano l’inesorabile processo di deterioramento — un po’ come Everyday, ma ancora più semplice e immediata da usare.

SelfieApp, però, è anche utile: perché vi permette di immortalare chi ha avuto accesso al vostro Mac (o ha tentato di accedervi), trasformandosi così in un sistema di protezione. Le foto vengono salvate in una cartella: per sicurezza, mettetela in Dropbox (se un ladro vi ruba il Mac, magari avete la fortuna di immortalarlo più volte).

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Il mio amico termostato

Francesco Costa racconta come si è appassionato del suo termostato intelligente (qualcosa di simile a Nest).

Sono diventato improvvisamente maniaco di temperature, calcoli e programmazioni, percentuali di utilizzo della caldaia ed escursioni termiche. Una volta tiravo fuori l’iPhone dalla tasca e aprivo Twitter, quando ero annoiato: ora apro l’apposita app del termostato e muovo mezzo grado più in là, sposto mezz’ora più in qua, faccio test, cerco pattern e strategie per rendere il tutto più efficiente. Il mio vecchio termostato non si programmava nemmeno quindi mi ripeto che l’eccitazione è giustificata da questo, oltre che dalla speranza di risparmiare qualcosa – più di qualcosa – alla fine dell’inverno: lo faccio per risparmiare, lo faccio per l’ambiente. Ma penso che la verità sia un’altra e abbia in qualche modo a che fare con le manie del self-tracking: dentro di me, lo faccio solo per i grafici.

“Lo faccio solo per i grafici” è quanto potrei a mia volta affermare riguardo al Jawbone UP[1. Ho un Jawbone UP non tanto perché credo mi aiuti a tenere uno stile di vita più sano, ma per i grafici su come ho dormito.], o per descrivere la mia fissazione con tutto ciò che rientra sotto l’etichetta quantified self: non avrei problemi ad appassionarmi di una lavatrice collegata alla rete.

Felton ci capirebbe.

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Dove stanno fallendo i wearables

Le opzioni e alternative per un activity tracker sono pressoché infinite. A partire dagli smartwatch fino ad arrivare a device dedicati come il Jawbone UP. Un mercato saturato di opzioni un po’ frivole: conoscere il numero di passi giornaliero non è vitale, ma collezioniamo questo ed altri dati più per vanità che altro. Hanno uno scopo — farci camminare di più, dormire correttamente e conoscerci meglio — ma sono tutt’altro che fondamentali.

Esistono tuttavia dei wearables meno interessanti per i geek come me e voi, ma più utili. Si tratta di wearable più professionali e “medici”, che un numero consistente di persone è costretto a indossare ogni giorno per tenere sotto controllo la propria salute. Non per diletto, come facciamo noi con un Jawbone UP, ma per necessità.

I produttori di wearables stanno totalmente ignorando questo mercato, scrive Wired. Cosa dovuta in parte alla difficoltà di creare un device che venga approvato e rispetti tutti i requisiti necessari e imposti dalle autorità, e che sia in grado di integrarsi — e comunicare — con l’infrastruttura medica esistente (registrando i dati raccolti):

“Go from the children’s table to the grown-up table. If you’re serious about this, embrace the FDA. Learn how HIPAA works. Make sure it’s connected to the [electronic medical record] and that all the health laws are observed. There’s a tremendous dearth of innovation here. I would move away from fitness and go hardcore into health. That’s where the money is.” […]

People with chronic diseases don’t suddenly decide that they’re over it and the novelty has worn off. Tracking and measuring—the quantified self—is what keeps them out of the hospital. And yet there are more developers who’d rather make a splash at a hackathon than create apps and devices for people who can benefit hugely from innovation in this area.

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Nicholas Felton: una vita quantificata

Video

Nicholas Felton: una vita quantificata

Il New York Times ha girato un breve video su Nicholas Felton, quello degli Annual Report: report annuali, graficamente perfetti, costruiti sopra dati raccolti su se stesso — posti visitati, km percorsi, etc…

È appena uscito l’Annual Report del 2013, ed è dedicato alle comunicazioni che Felton ha avuto nel corso dell’anno: le email che ha inviato, le persone con cui ha interagito e i mezzi che ha utilizzato per farlo, le parole più ricorrenti o gli SMS scambiati.

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April Zero

Anand Sharma sta raccogliendo quante più informazioni possibili sul suo conto, da tre mesi. Dove si trova con Moves e Foursquare, il numero di passi percorsi, il cibo consumato e il battito cardiaco. Fin qui nulla di eccezionale: lo fanno in molti, e io stesso con un Jawbone UP e un iPhone tengo traccia di alcune di queste cose.

La differenza è che Sharma ha creato un sito in cui presentare i dati raccolti, una sorta di Felton Annual Report in HTML5. Il risultato è straordinario, e piacerà agli ossessionati di dati pressoché inutili.

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UP Coffee

Applicazione

UP Coffee

Jawbone ha creato un’applicazione per tenere traccia della quantità di caffè consumato. Un’ampolla dice all’utente i livelli di caffeina all’interno del suo corpo, aiutandolo a tenerli sotto la soglia necessaria affinché riesca ad addormentarsi all’orario da lui prestabilito.

See how your caffeine levels change throughout the day as you down espressos, energy drinks and even chocolate. UP Coffee knows when you’reWIRED and how long it will take you to become SLEEP READY.

Se possedete un Jawbone UP — un dispositivo simile al Fitbit — sarà anche in grado di dirvi gli effetti che questa ha sul vostro sonno, analizzandolo; altrimenti si limiterà a tenere conto della quantità e dell’ora in cui l’avete assunta.

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La lavatrice collegata a Internet

Video

La lavatrice collegata a Internet

Berg, azienda che offre una piattaforma per collegare i dispositivi alla rete — e anche la stessa dietro la simpatica Little Printer  —, ha modificato una lavatrice per collegarla, appunto, alla rete. Potreste pensare “a che pro?” ma il video mostra invece alcuni scenari in cui ciò potrebbe rivelarsi utile. Un’applicazione per iPhone è in grado di ricevere notifiche quando il lavaggio è terminato, o avviarlo a distanza. Per gli studenti e appartamenti condivisi è inclusa una funzione che permette di prenotare la lavatrice e sapere chi la sta utilizzando.

Un’idea che potrebbe sembrare assurda — mettere online una lavatrice — inizia contro ogni aspettativa ad acquisire senso e utilità, se applicata nella maniera giusta.

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Reporter: la nuova applicazione di Nicholas Felton per il quantified self

Era stata anticipata il Novembre scorso: è una applicazione che ci pone a intervalli casuali, con la frequenza desiderata, una serie di domande da noi impostate. Casualmente, quindi, in vari momenti della giornata riceviamo una notifica che ci chiede cosa stiamo facendo, dove ci troviamo, con chi siamo, e qualsiasi altra domanda da noi inserita — che riguarda un aspetto della nostra vita di cui vogliamo tenere traccia. Reporter colleziona le risposte che diamo a quelle domande, le unisce ai dati che è in grado di raccogliere da sola grazie ai sensori dell’iPhone (posizione), e nel corso del tempo aggrega tutto quando in grafici e statistiche. Una cosa bella dell’applicazione è che i dati possono essere esportati e sincronizzati su Dropbox, in formato CSV e JSON — quindi praticamente potete farci quello che volete, e utilizzarli con quello che vi pare. I dati sono vostri.

È stata creata da Nicholas Felton, quella persona ossessionata con il quantified self che nel suo Annual Report racconta la sua vita riducendola a numeri e infografiche. Nel 2012, utilizzando un metodo simile a quello proposto da Reporter, ha scoperto che c’era una chance che fosse solo nel 43% dei momenti testati, e produttivo il 49.3% di questi. Il 32% dell’anno invece l’ha passato dormendo. A cosa è dunque utile una cosa simile? Oltre al tenere traccia dei caffè bevuti — per pura ossessione —, in un’intervista a The Verge Felton dice potrebbe servire a rilevare pattern, a portare a galla aspetti della nostra vita che ignoriamo:

For its creators, Reporter is about gaining self-knowledge. “We don’t own your data, but we try to show it to you in new ways and help you be aware of what you’re emitting,” says Felton. “I want you to be scared by your routine, or by decisions you haven’t thought about because you don’t want to face them.”

Una specie di diario automatizzato e “quantificato”. Reporter può servire anche a dare un contesto più ampio ai dati che raccogliamo con il Fitbit e altri strumenti automatici limitati a pochi aspetti facilmente misurabili. Oppure c’è l’opzione che alla fine ci si ritrovi con dei grafici solo belli da vedere, fini a se stessi.

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Reporter, la nuova applicazione di Nicholas Felton

Felton — quello del Felton Annual Report — si prepara a lanciare Reporter, un’applicazione per fanatici del quantified self che raccoglie (ponendo domande nel corso della giornata) e visualizza dati di ogni genere:

Reporter is a new application for tracking the things you care about. With a few randomly timed surveys each day, Reporter can illuminate aspects of your life that might be otherwise unmeasurable.

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Withings ha presentato un activity tracker, il Pulse

Una nuova alternativa al Jawbone Up e Fitbit One (che possiedo), dalla Withings — quella che fa le bilance intelligenti che si collegano a Internet. È pure in grado di rilevare il battito cardiaco, funzione che gli altri due tracker non hanno. Al solito: quanto sia buono dipende dall’applicazione e dal lavoro che c’è dietro ai dati che raccoglie.

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E adesso, che ci faccio con i km percorsi?

The Verge ha recensito il nuovo Fitbit Flex (simile al Jawbone UP), e alla fine è arrivato alla stessa conclusione che ero arrivato io recensendo il Fitbit One: questi strumenti devono analizzare più a fondo i dati, inserirli in un contesto, interpretarli; non limitarsi a raccoglierli.

The next step for Fitbit and others is to answer that “so what?” question, and tell me things like, “Hey dude, drink less coffee at night and you’ll sleep better,” or “You never walk around between 10 and four, maybe you should take a break.”

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Moves, un’applicazione per iPhone che sostituisce il Fitbit

Nella recensione pubblicata la scorsa settimana sul Fitbit, lamentavo l’assenza di un contesto dei dati raccolti. Sarebbe stato utile sapere dove mi trovavo quando ho camminato per 3km, e dove invece sono rimasto inattivo più a lungo durante la settimana. Moves è una, nuova e gratuita, applicazione per iPhone per il quantified self che fa gran parte delle cose del Fitbit più altre, sfruttando il GPS. La mia prima preoccupazione è stata la batteria dell’iPhone, che invece mi sembra abbia retto bene (ndr. ho un iPhone 5).

Moves è in grado di dirmi non solo quanti passi ho fatto, ma anche dove li ho fatti, registrando il tutto in una timeline. A fine giornata so dove sono stato, quando ho preferito prendere un mezzo pubblico invece che camminare e quanto tempo ho perso seduto a bere il caffè da Starbucks.

Quale dei due ha registrato meglio la mia giornata? Giudicate dagli screenshot qua sotto. E ricordate: il Fitbit costa 99$.

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Fitbit One: una recensione sfibrante

Ho acquistato il Fitbit One, un activity tracker. Chiedete: “Perché non un Jawbone UP, dopo che ce ne hai parlato così spesso?”. Rispondo:

  • API. Il vantaggio principale del Fitbit, per me, è che offre delle API, il Jawbone UP no. Quindi ci sono, o ci saranno, tutta una serie di applicazioni e servizi non ufficiali che sfruttano il prodotto.
  • Ha l’altimetro.
  • Non serve collegarlo né all’iPhone né al Mac per sincronizzarlo, è dotato di bluetooth 4.0
  • (Motivo scemo, d’impazienza: l’UP non è in vendita fuori dagli USA)

C’è da aggiungere che settimana scorsa, al CES, Fitbit ha presentato un nuovo tracker, Fitbit Flex, da mettere al polso, somigliante all’UP e al Nike Fuelband — ovvero con il vantaggio che hanno gli altri due oggetti, più quelli elencati sopra meno però l’altimetro. Data questa assenza, il Fitbit One resta il tracker migliore in commercio.

Dopo due settimane di utilizzo, sto messo come Craig Mod: cammino solo per il gusto di vedere le linee dei miei grafici impennarsi. Non ho più preso un autobus di mattina, alle fermate dell’underground ignoro i minacciosi cartelli “attenzione, questa scala è composta da 320 gradini non prendetela a meno che non siate dei pirla”, sono addirittura andato a correre! Le mie zampe ancora non si sono riprese dallo shock. Mettiamola così: questa è stata la recensione più faticosa che io abbia dovuto scrivere, ad oggi. Sono sfibrato e stanco. Da questo lato, funziona: ti incentiva a camminare di più, per raggiungere l’obiettivo che ti sei prefissato.

Il tracker

Fitbit tiene conto dei passi, dell’altitudine, calorie, distanza percorsa e delle dormite (tutte queste informazioni le visualizza sullo schermo OLED di cui è dotato), dove per quest’ultime registra anche il tempo che abbiamo impiegato ad addormentarci e il numero di volte che ci siamo svegliati. Al contrario del Jawbone UP, il Fitbit ha il classico aspetto del contapassi; lo si porta alla cintura o lo si mette in tasca. Quando si dorme lo si mette sul braccio, con un’apposita fascia (non dà per nulla fastidio). Le storie di gente che l’ha perso fioccano, quindi io alla cintura ce l’ho portato solo per i primi quattro giorni. Poi è finito nel taschino minuscolo ed inutile dei jeans. Trattandosi però di un oggetto piccolo mi sembra facile che esca inavvertitamente, e si finisca col perderlo. Una brutta prospettiva, per un’affare di 99$.

(Di recente ho avuto un’illuminazione di cui sono particolarmente fiero: prendere una di quelle cinture che alcuni usano nei viaggi, con una piccola tasca interna per nascondere i soldi. Potrebbe essere una buona soluzione.)

Mi pare piuttosto preciso nel raccogliere i dati. Certo, ci sono cose che vorrei facesse e non fa. Per esempio è in grado di svegliarmi la mattina vibrando, ma invece che farlo ad un orario preimpostato sarebbe bello se come l’UP fosse in grado di determinare la fase di sonno leggero e svegliarmi durante quella — in modo che fossi riposato e pimpante. Sono anche convinto che l’activity tracker ideale dovrebbe avere il GPS: in tal modo potrebbe creare una mappa, indicando le zone attive e quelle passive, rendendo i suggerimenti su come migliorare più accurati.

Ma in generare, tutte le soluzioni in commercio più o meno si equivalgono. Se lo chiedete a me, avrà successo l’activity tracker che sarà più bravo nel leggere i dati, ovvero nel dare una prospettiva e un contesto a quello che raccoglie. Come sempre, l’hardware da solo non vale una mazza: sarà il software a fare la differenza. L’applicazione per iPhone e il sito: chi li farà meglio sarà anche chi, probabilmente, col tempo avrà più successo. Il Fitbit non è messo molto bene, da questo punto di vista. Ma la situazione è mediocre ovunque, ancora non c’è nessuno che eccelle in questo campo. C’è però, scegliendo il Fitbit, un vantaggio che gli altri non hanno: le API, appunto.

L’applicazione e il sito

Non è granché: i dati che fornisce sono piuttosto scarsi, privi di un contesto ampio a sufficienza. È deludente che lo schermo retina dell’iPhone 5 dia quasi la stessa quantità di dati del display OLED del Fitbit. Potrebbe, e dovrebbe, fare di più. È mediocre, strutturata non proprio bene e ricca di parti superflue: la sezione che consente di tenere traccia del numero di bicchieri d’acqua bevuti nel corso della giornata e il sistema per inserire le calorie consumate, macchinoso, complesso e per nulla intuitivo. Capisco che alcuni possano trovare utili queste cose, non serve eliminarle del tutto: basta fare due applicazioni. Una per la gestione del Fitbit e una per un healt graph più esteso.

L’idea è che il Fitbit sia più utile se l’utente si impegna spiegandogli cosa ha mangiato nel corso della giornata, il problema è che l’impegno è davvero grande, anche per cose — come prodotti industriali — che dovrebbero essere facili da inserire. Persino registrare le calorie di un panino di McDonald’s è complesso, dato che all’utente vengono presentate varianti su varianti, opzioni e alternative. Invece che cercare la perfezione dei dati, non sarebbe meglio bilanciare accuratezza con semplicità e fare un’approssimazione? Approssimazione che, a meno che non si mangi sempre in posti come McDonald’s, sarà comunque inevitabile quando si cucina in casa.

La parte del “food tracking” è sostanzialmente inutile: l’ho usata una giornata e poi buttata via. Altrettanto incasinata la parte che permette di tenere traccia delle attività svolte (nel registrare una corsa, ad esempio, ci si trova di fronte a venti tipi diversi!). Un’enorme fatica che pochi saranno disposti ad affrontare. Il resto è utile ma troppo essenziale.

Il sito non è da meno, dato che offre le stesse funzioni dell’applicazione. La mia più grande delusione è che non fa nulla per rendere i dati raccolti interessanti. A parte tracciare i grafici più banali e scontati; esempio: lo storico dei sette giorni di dormite. Non gioca con i dati, non li relaziona, non cerca un modo di incrociarli che stupisca. Fortuna che ci sono le API. Notch è uno di quei siti che, sfruttando le API ufficiali del Fitbit, queste cose le fa. Le API permettono, fra le altre cose, di importare i dati su RunKeeper e utilizzare Google Docs per creare i propri grafici personali (quest’ultima cosa è molto utile). Purtroppo ad oggi non offrono molto altro, ma spero che nel tempo l’adozione da parte di terzi aumenti.

C’è una cosa che mi ha fatto alzare le sopracciglia: l’azienda vende un servizio che chiama Fitbit Premium e attraverso il quale offre al cliente, che ha pagato 99$ per un oggetto, quei servizi che già dovrebbe dargli gratuitamente: un’allenatore virtuale che lo sproni a fare di più, un contesto ai dati raccolti. Una lettura che li renda utili senza fatica per l’utente. Ho dormito 4 ore: cosa significa? Cosa comporta? Se questa assenza di base potrebbe anche essere accettabile è vergognoso che io, in quanto utente normale non abbonato a quel servizio, non possa scaricare i miei dati. La cifra per effettuare il download di quello che mi appartiene è 49$ all’anno.

Conclusione

Abbiamo bisogno di dispositivi che facciano silenziosamente queste cose per noi — braccialetti come l’UP, bici, cardiofrequenzimetri e bilance — e si connettano a un sistema centralizzato che  compili le informazioni e le renda utili per noi. Questi device devono fare tutto questo con la minore interazione necessaria, così che le nostre attività rimangano il più naturale possibile. Invece che tribolare con un’applicazione per iPhone, semplicemente prendiamo la bici (con un modulo GPS integrato) che da sola si preoccupa del data tracking e fa l’upload per noi, mentre qualsiasi servizio abbiamo scelto si preoccupa di raccogliere i dati. — Kyle Baxter

Un oggetto di questo tipo non serve a niente se non c’è del lavoro dietro i dati raccolti. Un oggetto di questo genere dovrebbe suggerirti cosa fare per migliorare, indicarti quali sono i giorni più attivi e quelli più passivi, quali le ore sedentarie e quali no, magari chiedendoti per le prime dove ti trovavi e dicendoti cosa potresti fare per migliorare. Questo lavoro, semplicemente, non c’è. O ce n’è poco. Quindi se prendete un Fitbit, sappiate che toccherà a voi farlo. Al momento il Fitbit i dati si limita a raccoglierli: non è abbastanza.

È un oggetto che richiede lavoro da parte dell’utente, non fa molto da solo e dovete impegnarvi perché si riveli utile. Ma non credo sia un difetto del Fitbit: credo sia una cosa di tutti gli activity tracker, che hanno ampi margini di miglioramento e al momento restano un oggetto per appassionati del quantified self. Sono soddisfatto del Fitbit in sé, non lo sono dell’applicazione e del sito.

Se dovessi dare un voto, darei 8/10 al tracker e poi direi all’ecosistema che gli è stato costruito attorno di tornare al prossimo appello, che proprio non ci siamo. Ragione per cui prendetelo solo se avete voglia di perderci tempo: con le API, con Google Docs, con servizi alternativi.

Lo trovate su Amazon o sul sito ufficiale, a €99.

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Le statistiche della propria vita con WolframAlpha e Facebook

Meravigliosa nuova funzione di Wolfram|Alpha per il Felton che è in noi: prende i dati dal nostro account di Facebook e li visualizza con grafici e statistiche. Se ci pensate, con un motore di ricerca interno quasi inutilizzabile e un interesse perennemente rivolto solo all’adesso, facebook fa davvero un povero uso delle informazioni che ha su di noi.

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Chi è Nicholas Felton e cosa c’entra con il nuovo Facebook

Nicholas Felton è un designer di New York diventato popolare per il suo Feltron Annual Report, ovvero un documento ricco di infografiche dedicate ogni anno ad un argomento differente. Lo pubblica dal 2005 e da allora non ha più smesso: l’ultimo, quello del 2010, era dedicato a suo padre, venuto a mancare l’anno prima. Felton ha provato a raccontarne le passioni, abitudini, momenti importanti; essenzialmente la vita con grafici, dati e tabelle. Pensate a delle infografiche fatte veramente bene, non tanto utili quanto piuttosto belle, così belle da poter essere in qualche modo ritenute arte: proprio quello è il Felton Annual Report.

Per darvi un’idea, Felton è anche l’uomo dietro Daytum, un sito che permette ai suoi iscritti di creare un Annual Report personale o, comunque, di rendere graficamente gradevoli dei dati numerici. Io per esempio daytum lo uso per appuntarmi il numero di caffè/te che bevo. Utile? Non particolarmente, ma come tutte le altre cose che fa Felton non è tanto l’utilità ad attirare attenzione quanto piuttosto la bellezza. Daytum piace per questo: perché è bello.

Ma perché ne parliamo oggi? Non solo perché Nicholas Felton è una figura interessante e non solo perché Daytum è molto carino, ma soprattutto perché all’f8 (una specie di keynote di facebook appena svoltosi) Chris Cox, vice presidente dei prodotti a facebook, ha detto, riferendosi a lui:

“We had one reaction: we have to try to hire this guy.”

E l’hanno assunto: lo scorso 27 Aprile. E ora pare che Felton sia – assieme a Sam Lessin – uno dei responsabili del nuovo design di facebook. Facebook ha tantissimi dati a disposizione e Felton sicuramente troverà il modo di utilizzarli e, speriamo, visualizzarli.

E a dire il vero in parte l’ha già trovato. Nella nuova timeline, che se anche Cox dice essere una versione primordiale di ciò che hanno in mente per il futuro, un abbozzo su cui c’è ancora da lavorare e sul quale costruire qualcosa, già rappresenta un tentativo di raccontare la nostra vita, le nostre passioni e insomma di spiegare tutto quanto a noi ci riguarda in una pagina – può non piacervi questa idea: non lo so ancora, a me, se mi piace o meno. Ma io un po’ di Felton, sarà che oramai me l’avete detto, in tutto questo ce lo vedo.

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Non ne hai avuto abbastanza?