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Google AMP sta introducendo dei tag proprietari nell’HTML

Nick Heer:

Consider this: Google owns the most popular search engine and the biggest video hosting platform in most countries, operates one of the most-used email services on Earth, has the greatest market share of any mobile operating system, makes the most popular web browser in many countries, serves the majority of the targeted advertising on the web, provides the most popular analytics software for websites, and is attempting to become a major internet service provider. And, to cap it all off, they’re subtly replacing HTML with their own version, and it requires a Google-hosted JavaScript file to correctly display.

Google AMP è una pessima idea che doveva morire sul nascere:

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Sistemi che sanno quello che non sanno

Big Medium spiega come Google potrebbe risolvere il problema delle risposte sbagliate. Il problema è, principalmente, un problema di design: c’è molto che Google potrebbe fare per presentare le risposte in maniera differente, invece che come la verità assoluta.

Google gives only the shallowest context for its featured snippets. Sure, the snippets are always sourced; they plainly link to the page where the answer was extracted. But there’s no sense of what that source is. Is it a Wikipedia-style reference site? A mainstream news site? A partisan propaganda site? Or perhaps a blend of each? There’s no indication unless you visit the page and establish the identity and trustworthiness of the source yourself. […]

People don’t click the source links, and that’s by design. Google is explicitly trying to save you the trouble of visiting the source site. The whole idea of the featured snippet is to carve out the presumed answer from its context. Why be a middleman when you can deliver the answer directly?

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Storia del tizio che dice di avere inventato l’email

In riferimento al post precedenteThe Outline racconta la storia di Shiva Ayyadurai, un tizio che dice di avere inventato l’email. Con i vari domini (tutti relativi alla posta elettronica) registrati a suo nome è riuscito a ingannare Google, che alla domanda ‘Chi ha inventato l’email?‘ un po’ di tempo fa rispondeva Shiva Ayyadurai senza indugio.

Fonte dello snippet? Il sito stesso del tizio, come racconta The Outline:

Here’s what a search for “who invented email” turns up on Google. It’s Shiva Ayyadurai. The source is Shiva Ayyadurai’s website. The snippet isn’t even in full sentences because it’s so stuffed with keywords. The issue with this particular featured snippet is bigger than one wrong answer. It’s that Google got roped into a disinformation campaign waged by Ayyadurai.

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Le risposte fasulle di Google

Da un paio d’anni Google ha iniziato a dare risposte: a selezionare, fra le fonti e i risultati di una ricerca, una singola risposta da evidenziare in un riquadro in cima alla lista dei risultati. Google promuove questi risultati dandogli un maggiore peso visivo e includendo il loro contenuto direttamente nella pagina dei risultati — evitando così all’utente di dover visitare un altro sito per leggerli. Li chiama featured snippets:

Quando un utente pone una domanda, la risposta restituita potrebbe essere mostrata in un riquadro speciale di snippet in primo piano nella parte superiore della pagina dei risultati di ricerca. Questo riquadro di snippet in primo piano include un riepilogo della risposta estratto da una pagina web, insieme a un link alla pagina, il relativo titolo e l’URL.

L’obiettivo è quello di riuscire a rispondere direttamente alle domande dell’utente, invece di essere uno strumento di ricerca per trovare e valutare delle possibili risposte. Stando ai dati raccolti da Google agli utenti queste risposte senza sforzo, immediate, piacciono — perché possono trovare quello che cercano senza dover visitare un altro sito o un’altra app. Funzionano molto dai dispositivi mobili — perché siamo più di fretta — ma soprattutto sono un vantaggio competitivo per quanto riguarda gli assistenti vocali: una lista di risultati non funziona su smartwatch e assistenti come Google Home e né Siri né Echo sono al momento in grado di fornire risposte dirette estrapolate da pagine web.

Il problema è che, come sottolinea un post di The Outline, queste risposte a volte sono assurde, sbagliate, aiutano a diffondere teorie cospirazioniste; sono insomma inaffidabili. Google risponde Obama alla domanda ‘chi è il re degli Stati Uniti?’, pensa che lo stesso stia pianificando un colpo di stato, e spiega che tutte le donne sono prostitute se gli si chiede ‘perché le donne sono cattive?’. Un algoritmo, basato su popolarità di un risultato, pagerank e altri oscuri criteri, promuove un risultato a risposta in automatico. Google ha la capacità di intervenire manualmente per modificare le risposte di certe ricerche, e spesso lo fa, ma è probabile che passi del tempo prima che si renda conto sia necessario intervenire — e in quel tempo molte persone leggano la risposta fasulla:

In theory, featured snippets will always temporarily turn up some bad answers, but the net effect would be better answers. “It’ll never be fully baked, because Google can’t tell if something is truly a fact or not,” said Danny Sullivan of Search Engine Land. “It depends on what people post on the web. And it can use all its machine learning and algorithms to make the best guess, but sometimes a guess is wrong. And when a guess is wrong, it can be spectacularly terrible.”

Tutto ciò è un problema perché, stando a un recente sondaggio, il 63% delle persone si fida di Google. Queste risposte sono decontestualizzate: l’utente non visita il sito originario, non nota il layout, il contenuto o gli autori (tutti indizi che aiutano a valutare la veridicità di una fonte), ma le legge attraverso l’interfaccia pulita di Google, e potrebbe così essere portato a pensare che queste risposte vengano direttamente da Google (il problema è peggiore con gli assistenti vocali).

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Pesci nello smartphone

Retroscena di Ara, lo smartphone modulare e scomponibile nato come meme da un video caricato su YouTube, implementato da Motorola/Google, poi abbandonato senza conclusione poco dopo la nascita di Alphabet:

“One of the modules that we were working on was basically like a tiny aquarium for your phone,” said the source. “It was a little tiny biome that would go inside of a module and it would have a microscope on the bottom part, and it would have live tardigrades and algae — some people call them water bears. They are the tiniest living organism. We had this idea to build a tardigrade module and we’d build a microscope with it. So you’d have this app on your phone and you could essentially look at the tardigrades up close and watch them floating around.” Brooklyn-based art, design, and technology agency Midnight Commercial conceived the idea, and was commissioned by Google to build it, demonstrating the depth of what developers could create.

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Svelto, disegna!

Un esperimento di Google in grado di riconoscere quello che disegnate. Avete venti secondi di tempo per disegnare un concetto, e Google in quegli stessi venti secondi dovrebbe riuscire a identificare quel che state disegnando.

Ci ha preso quasi sempre con i miei decisamente orribili e confusi schizzi. Per intenderci: l’umano che siede di fronte a me ci ha preso meno di Google su quel che rappresentassero.

(Altri esperimenti inquietanti qui)

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Google ha silenziosamente iniziato a dare un nome e un cognome ai dati raccolti online

Quando nel 2007 Google acquistò il network pubblicitario DoubleClick, promise che i dati raccolti tramite l’ad tracking non sarebbero stati mischiati con gli altri dati che Google già ha sui propri utenti, grazie ai servizi che offre. In altre parole, Google promise che non avrebbe dato un nome e un cognome ai dati che avrebbe raccolto online: ai siti che visitiamo, o a come ci comportiamo e dove clicchiamo su questi siti.

Nel corso dell’estate, questa promessa è sparita dalla privacy policy:

But this summer, Google quietly erased that last privacy line in the sand – literally crossing out the lines in its privacy policy that promised to keep the two pots of data separate by default. In its place, Google substituted new language that says browsing habits “may be” combined with what the company learns from the use Gmail and other tools. […]

The move is a sea change for Google and a further blow to the online ad industry’s longstanding contention that web tracking is mostly anonymous. In recent years, Facebook, offline data brokers and others have increasingly sought to combine their troves of web tracking data with people’s real names. But until this summer, Google held the line.

La conseguenza è che ora, grazie alle pubblicità di DoubleClick sparse in giro per il web, e grazie a Gmail e agli altri servizi che l’azienda offre, Google può fornire pubblicità ancora più mirata e costruire profili dettagliati sui suoi utenti — basati su quello che scriviamo nelle email, sulle ricerche che facciamo e, ora, anche sui siti che visitiamo.

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L’app di Google per trasformare le Live Photos in GIF

Applicazione

L’app di Google per trasformare le Live Photos in GIF

Non fa solo quello però: le stabilizza anche migliorandole non di poco. Purtroppo non ho modo di testarla — avendo un iPhone 6 che non fa Live Photos — ma stando ai test di The Verge funziona davvero bene. Spiega Google:

We pioneered this technology by stabilizing hundreds of millions of videos and creating GIF animations from photo bursts. Our algorithm uses linear programming to compute a virtual camera path that is optimized to recast videos and bursts as if they were filmed using stabilization equipment, yielding a still background or creating cinematic pans to remove shakiness.

Our challenge was to take technology designed to run distributed in a data center and shrink it down to run even faster on your mobile phone. We achieved a 40x speedup by using techniques such as temporal subsampling, decoupling of motion parameters, and using Google Research’s custom linear solver, GLOP. We obtain further speedup and conserve storage by computing low-resolution warp textures to perform real-time GPU rendering, just like in a videogame.

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Material Design su iOS non funziona

Per qualche ragione, Google insiste nel voler utilizzare Material Design — il linguaggio visivo e guida creata da Google su come realizzare un’UI per Android — anche su iOS. Il risultato è spiacevole: non seguendo le convenzioni di iOS, non utilizzando San Francisco come font, non rispettando lo stile di default dei bottoni e mettendo ombre un po’ ovunque, quando si apre un’app di Google si viene catapultati in un mondo a parte, che stona con il contesto e semplicemente rompe i pattern visivi che gli utenti hanno imparato altrove.

Jason Snell ricorda che anche Microsoft, a un certo punto, ebbe un approccio simile. Word su Macintosh iniziò a funzionare come Word su Windows, a discapito dell’usabilità:

While Microsoft was busy building its Windows empire, from the very beginning it had been a good citizen on the Mac. Word and Excel had been with the Mac since the beginning. Excel was born on the Mac. I would wager that Word and Excel were the two most popular third-party programs on the Mac back in those days.

Then came 1993, and something funny happened: Microsoft released new versions of Microsoft Office for the Mac, all based on the Windows code base. The familiar Mac versions of Microsoft’s apps vanished, replaced by programs that didn’t behave like Mac apps at all. They were very clearly members of the Office for Windows suite, ported over to the Mac.

Why did Microsoft do it? To this day I can’t decide if they were so high on the greatness of Windows that they imagined Mac users would take to the new Office like a glass of ice water in hell, or if they just cared so little for the Mac that it was no longer worth creating apps specifically for the Mac.

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Google ha messo una piccola tastiera QWERTY su Android Wear

Buona idea, mettere una tastiera nell’orologio.

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Le applicazioni istantanee di Android

Google ha fatto delle app istantanee, che si possono aprire senza prima doverle scaricare:

Someone sends you a “deep link” from an app—that’s a link that might go all the way to a product or piece of media—and when you tap it, the app just appears on your phone in that exact spot. So it will take you right to, say, a pair of shoes on Zappos. The UI is fully functional, too—its buttons will actually work. And your payment information is even stored inside Google, so you can feasibly buy those shoes without entering your credit card or shipping info.

Serve in quei casi in cui l’applicazione ha un singolo scopo o una singola funzionalità — normalmente, app di questo tipo vengono scaricate per venire utilizzate due o tre volte. Oppure quando un link sul web tenta di aprire una parte di un’app (come nel caso di Medium o YouTube).

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In memoria di Google Reader

Silvia Killingsworth:

There was a time (2007) when I had hope for this Internet. There was once a humane way to sift through the day’s news that wasn’t just standing under a faucet of opinions and viral pixels that get stuck to you and then you have to pass them on like germs because you are just a vector. It’s like if, instead of reading the newspaper (haha paper) of your choice, your neighbors and frenemies just shouted whatever they thought was newsworthy in your general direction, UNSOLICITED.

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Google ha pagato Apple un miliardo di dollari per mantenere la propria posizione in Safari

Un miliardo di dollari solo per il 2014, riporta Bloomberg:

Google Inc. is paying Apple Inc. a hefty fee to keep its search bar on the iPhone.

Apple received $1 billion from its rival in 2014, according to a transcript of court proceedings from Oracle Corp.’s copyright lawsuit against Google. The search engine giant has an agreement with Apple that gives the iPhone maker a percentage of the revenue Google generates through the Apple device, an attorney for Oracle said at a Jan. 14 hearing in federal court.

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Macchine che si guidano (quasi) da sole

Steven Levy ha fatto un giro su una delle macchine che si guidano (quasi) da sole di Google. Dopo il progresso iniziale, ora Google sta lavorando a tutti i problemi minori, quel 5% rimanente del lavoro che probabilmente richiederà lungo tempo. I veicoli sono più o meno in grado di muoversi in autostrada, ma ancora faticano molto in città  — hanno un problema con la pioggia o, ad esempio, le foglie sull’asfalto:

At one point, the car drove over a small pile of leaves that had blown into its path, without breaking its pace. After the drive, Dolger and Fairfield told me that moment represented a ton of work. Apparently, for a very long time, SDCs regarded such harmless biomass as obstacles to be avoided, and the newfound ability to roll right over a bit of dead foliage was one of the more recent triumphs of technology.

Dopo aver viaggiato “al volante” di una di queste macchine per una giornata — e essersi reso conto di quanto sia necessario rimanere in allerta per eventualmente, in caso di errore del computer di bordo, riprendere il comando manuale — Levy dice di aver aggiustato le sue previsioni su quanto ci vorrà prima che la macchina che si guida da sola arrivi: da presto a più tardi.

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Attraverso i Google Cardboard

Ho provato la realtà virtuale, e per farlo mi è bastato il mio iPhone e un pezzo di cartone. Il pezzo di cartone sono i Google Cardboard, un prodotto lanciato da Google quasi due anni fa e recentemente aggiornato per funzionare in ugual modo sia con Android che con iPhone[1. La versione 1 dei Cardboard funzionava maluccio con l’iPhone].

Sono la via più economica per dare uno sguardo dentro la realtà virtuale senza dover investire troppi soldi. Quelli che ho scelto io, su Amazon, costano £15 e sono prodotti da I Am Cardboard. Infatti Googla rilascia semplicemente le specifiche tecniche: a produrli, i Cardboard, sono altre aziende.

I Cardboard sono, di fatto, una scatoletta di cartone con delle lenti e, sul fronte, un vano in cui riporre lo smartphone. Si assemblano in pochi attimi, hanno un aspetto che non intimorisce, e basta portarseli agli occhi per iniziare ad usarli — avendo cura di aprire, prima, sul dispositivo, una delle applicazioni apposite. La seconda iterazione dei Cardboard presenta un bottone sul lato superiore per navigare all’interno delle applicazioni, o per spostarsi dentro i vari paesaggi virtuali. Per camminare, si preme quel bottone (che altro non fa che tappare sullo schermo al posto vostro). Tutte le rimanenti interazioni col device avvengono, beh, muovendo la testa — sfruttando il giroscopio.

Stando alle mie precedenti, limitate, esperienze con i Samsung Gear VR sono rimasto piacevolmente stupito per la qualità che, per così poco, è possibile ottenere. Non sono perfetti — entra un po’ di luce dai lati, e in certi casi/con certe app lo schermo dell’iPhone non è molto a fuoco — ma per qualcosa fatto di cartone e a questo prezzo davvero non ci si può lamentare.

L’applicazione ufficiale di Google è interessante le prime volte che li si usa, per esplorare le potenzialità. Offre un kaleidoscopio, alcuni oggetti 3D e altre cose fatte più che altro per impressionare. Dopo, a parte tirarla fuori quando degli amici vogliono provarli anche loro per la prima volta, si rivela abbastanza inutile.

Al contrario, un ottimo lavoro l’ha fatto Vrse, che ha creato dei brevi video, a 360° gradi. Il New York Times ha recentemente avviato una collaborazione con Vrse, e per questo poche settimane fa ha lanciato un’app che contiene diversi documentari immersivi (ha anche inviato a ciascun abbonato al cartaceo, per promuoverla, un Cardboard gratuito). I documentari su New York Times VR sono belli, affascinano, informano e sperimentano con questo nuovo mezzo in un modo interessante — forse, aiutano anche ad empatizzare di più con le notizie. Mi raccomando: le cuffie sono d’obbligo per un’esperienza più immersiva.

La cosa che però più mi affascina, e di fatto ciò che mi fa tornare e spinge verso i Cardboard, è Street View. L’applicazione (anche quella per iOS, da Ottobre) ha un bottone per la realtà virtuale: premendolo, adatta Google Street View ai Cardboard permettendo così di camminare per le vie di qualsiasi città. L’altro ieri avevo nostalgia di Pisa — non ci vado da un po’, e volevo rivedere le vie che due anni fa percorrevo tutti i giorni — così mi sono fatto un giro per la città; poco fa invece gironzolavo per le strade di Tokyo. Col bottone — quello menzionato, posto sul lato superiore dei Cardboard — si cammina. Per il resto, basta meravigliati girare la testa a destra e sinistra per guardarsi attorno.

Google non ha dato molta importanza ai Cardboard — li considerano più che altro, credo, un esperimento. Eppure io lo trovo un esperimento meglio riuscito dei, ad esempio, Google Glass. I Cardboard sono l’esempio di un prodotto che mi aspetterei da Google. Sono eccitanti e futuristici, aperti e quasi gratuiti. Semplici, ma pure nella loro semplicità riescono a stupire.

Li consiglio.

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Perché il nuovo logo di Google non ci piace

New Yorker:

The new logo retains the rainbow of colors but sheds the grownup curlicues: it now evokes children’s refrigerator magnets, McDonald’s French fries, Comic Sans. Google took something we trusted and filed off its dignity. Now, in its place, we have an insipid “G,” an owl-eyed “oo,” a schoolroom “g,” a ho-hum “l,” and a demented, showboating “e.” I don’t want to think about that “e” ever again. But what choice do I have? Google—beneficent overlord, Big Brother, whatever you want to call it—is at the center of our lives. Now it has symbolically diluted our trust, which it originally had for all the right reasons. […]

When Google first appeared, in the late nineties, it distinguished itself with a combination of intelligence and friendliness. […] The logo was a key part of this. The design, like the site, didn’t patronize or manipulate—it said, Relax, we’re reasonable geniuses, the smartest possible combination of man and machine. Let us find what you need.

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Google penalizzerà i siti con banner giganti

Google Webmaster Central:

After November 1, mobile web pages that show an app install interstitial that hides a significant amount of content on the transition from the search result page will no longer be considered mobile-friendly. This does not affect other types of interstitials. As an alternative to app install interstitials, browsers provide ways to promote an app that are more user-friendly.

Ottimo. Fra questo e gli imminenti content blockers speriamo il messaggio arrivi chiaro.

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Disegnare un sito con il material design di Google, facilmente

Google ha rilasciato Material Design Lite, una libreria di componenti (HTML, CSS e JS) che permette di creare con sforzo minimo un sito web basato su material design. La libreria include bottoni, checkbox, cards, ma anche una griglia, slider, tab, icone, gestione curata della tipografia e molto altro.

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Cosa cerchiamo

Il New York Times ha analizzato i dati che Google ha recentemente rilasciato relativi alle chiavi di ricerca più popolari del suo motore. Google rilascia i dati aggregati e anonimizzati, minuto per minuto (qua sta la novità: Google prima li rilasciava relativi a giornate, senza granularità maggiore), sulla popolarità di una determinata chiave di ricerca in un determinato momento della giornata. Questi dati, in altre parole, rivelano cosa cerchiamo:

The data shows that the hours between 2 and 4 a.m. are prime time for big questions: What is the meaning of consciousness? Does free will exist? Is there life on other planets? The popularity of these questions late at night may be a result, in part, of cannabis use. Search rates for “how to roll a joint” peak between 1 and 2 a.m.

L’analisi condotta dal New York Times si basa sopratutto su dati relativi a New York, ma gli stessi pattern possono essere ritrovati in altre città — fuori o dentro gli Stati Uniti (ad esempio, di mattina cerchiamo tutti le notizie). Con alcune differenze:

One interesting cultural difference I found is in what we do during lunch. Which searches spike around 12:30 on weekdays? In New York and most places in the United States, there does not seem to be a consistent lunchtime activity, but in other countries there are clear patterns. In Britain, people catch up on the news. In Japan, there is a noticeable rise in travel planning. In Belgium, it’s anything shopping related.

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Cosa sognano le macchine

Google si è chiesta cosa vedano le sue macchine — quelle che a cui ha insegnato a riconoscere e analizzare le foto. Simulando una rete neurale, ha provato a dare una risposta a questa domanda (è tutto ben spiegato nel loro post).

Queste reti non devono solamente riconoscere un’immagine, ma possono anche generarne di nuove. Si sono quindi chiesti cosa una macchina veda, partendo da un’immagine (delle nuvole, ad esempio) fornita a caso — quali oggetti riconosca, e cosa enfatizzi.

Scrivono:

This creates a feedback loop: if a cloud looks a little bit like a bird, the network will make it look more like a bird. This in turn will make the network recognize the bird even more strongly on the next pass and so forth, until a highly detailed bird appears, seemingly out of nowhere.

Ovvero, questa è una delle tante cose che è le macchine hanno immaginato:

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Non ne hai avuto abbastanza?

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