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Zuckerber e il cosmopolita immaginario

C’è un’immagine che piace molto a Zuckerberg e che a Zuckerberg piace aggiornare una volta all’anno. È una mappa del mondo che racconta una storia, quella che piace a Zuckerberg, sugli utenti di Facebook — le connessioni degli utenti collegano i continenti fra loro, delineano i bordi delle nazioni e descrivono un mondo globale e interconnesso, fatto di cosmopoliti. Non c’è una mappa sotto, ma solo connessioni e utenti che assieme formano la mappa e comunicano.

A Zuckerberg la mappa piace perché rappresenta le connessioni; mostra come Facebook abbia connesso e ravvicinato comunità distanti fra loro. Quello che la mappa nasconde è come, al contrario, la maggior parte delle interazioni che avvengono su Facebook siano locali — le stime dicono che le connessioni che attraversano i confini nazionali siano fra il 12% e il 16%. Le altre avvengono con i vicini di casa, con le persone che già conosciamo.

Secondo Ethan Zuckerman la mappa delinea un mondo immaginario, che porta sia Zuckerberg che Facebook a focalizzarsi su problemi secondari e fittizi, invece che lavorare per rafforzare i legami delle comunità locali:

Zuckerberg is being led astray by his own map. The most challenging problems Facebook faces are not those of ensuring that all humanity is connected. The challenge is to manage the connections we already have. Facebook’s tendency to connect us most tightly with those who share our perspectives and views is part of the web of forces leading to polarization and the breakdown of civility in politics in the US and elsewhere. The tendency to pay attention to the struggles and difficulties of our friends distances us from struggles in other communities, even as networks make it more possible for us to connect with those directly effected. Before we take the next step in human evolution, we need to look closely at the downsides of the connectivity we’ve already achieved.

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Il web è diventato d’intralcio a Google e Facebook?

The Next Web:

Internet Service Providers (ISPs) are probably soon going to dictate what traffic can or cannot arrive at people’s end devices. GOOG-FB-AMZN traffic would be the most common, due to their popularity among internet users. Because of this market demand, ISPs will likely provide cheap plans with access to GOOG-FB-AMZN, while offering more expensive plans with full internet access — and it’s already a reality in countries like Portugal.

This would expand even more the dominance the three tech giants already enjoy. There would be no more economical incentive for smaller businesses to have independent websites, and a gradual migration towards Facebook Pages would make more sense. Smaller e-commerce sites would be bought by AMZN or go bankrupt. Because most internet users couldn’t open all the sites, GOOG would have little incentive to be a mere bridge between people and sites. […]

The common pattern among these three internet giants is to grow beyond browsers, creating new virtual contexts where data is created and shared. The Web may die like most other technologies do, simply by becoming less attractive than newer technologies. And like most obsolete technologies, they don’t suddenly disappear, neither do they disappear completely.

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Come disabilitare il correttore automatico sui campi di ricerca

Non ci vuole molto, e non è neppure una cosa nuova: basta aggiungere un paio di attributi all’HTML (autocorrect="off" autocapitalize="off" spellcheck="false"). Facebook (ad esempio) non lo fa per il suo box di ricerca principale; ogni volta che digito un nome leggermente esotico mi viene corretto prima che riesca premere invio. È sorprendentemente diffusa come cosa, ed è fonte continua di frustrazioni.

Dici — e per quei casi in cui il correttore automatico serve, invece? Fate come Google: correggete la parola o la frase nella pagina dei risultati, non prima.

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Facebook vuole sempre più attenzione

Brad Frost:

But lately I’ve noticed the platform feeling increasingly grabby, to the point where they’ve broken the fourth wall with me and now the whole experience is no longer enjoyable. They’ve gotten so brazen in their tactics to keep users engaged (ENGAGED!) I think it’s no longer possible to be a casual Facebook user. […]

This is what happens when the metric of how much time users spend using your thing supersedes the goal of providing legitimate value to your users. The tricks, hooks, and tactics Facebook uses to keep people coming back have gotten more aggressive and explicit. And I feel that takes away from the actual value the platform provides.

Anch’io registro un numero sempre più consistente di notifiche fuffa, del tipo guarda cosa stavi facendo un anno fa, celebra due anni d’amicizia, questo tuo amico ha appena postato una foto, sono tre giorni che non fai x, etc.

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Fuck Facebook

Joe Cieplinksi:

The number of restaurants, bars, and other local establishments that, thanks to crappy web sites they can’t update, post their daily specials, hours, and important announcements only via Facebook is growing. That’s maddening. Want to know if we’re open this holiday weekend? Go to Facebook.

Go to hell.

John Gruber:

Treat Facebook as the private walled garden that it is. If you want something to be publicly accessible, post it to a real blog on any platform that embraces the real web, the open one.

Dave Winer:

It’s supporting their downgrading and killing the web. Your post sucks because it doesn’t contain links, styling, and you can’t enclose a podcast if you want. The more people post there, the more the web dies. I’m sorry no matter how good your idea is fuck you I won’t help you and Facebook kill the open web.

Facebook non è parte del web. È un’entità chiusa ostile al resto dell’ecosistema.

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Facebook è un monopolio

Ben Thompson:

This, ultimately, is why yesterday’s keynote was so disappointing. Last year, before Facebook realized it could just leverage its network to squash Snap, Mark Zuckerberg spent most of his presentation laying out a long-term vision for all the areas in which Facebook wanted to innovate. This year couldn’t have been more different: there was no vision, just the wholesale adoption of Snap’s, plus a whole bunch of tech demos that never bothered to tell a story of why they actually mattered for Facebook’s users. It will work, at least for a while, but make no mistake, Facebook is the only winner.

Ben paragona la situazione fra Snapchat e Facebook — in cui una innova e l’altra copia senza ritegno — alla situazione fra Apple e Microsoft di anni fa. Snapchat si è definita, nei documenti presentati per la quotazione in borsa, una camera company — intendendo la fotocamera dello smartphone non solo come uno strumento per scattare fotografie, ma come un nuovo input di partenza. Un nuovo cursore:

In the way that the flashing cursor became the starting point for most products on desktop computers, we believe that the camera screen will be the starting point for most products on smartphones. This is because images created by smartphone cameras contain more context and richer information than other forms of input like text entered on a keyboard. This means that we are willing to take risks in an attempt to create innovative and different camera products that are better able to reflect and improve our life experiences.

Zuckerberg, durante il keynote d’apertura della conferenza di settimana scorsa (F8), ha praticamente ripetuto l’obiettivo che Snapchat si è data. La visione di Facebook è copiare Snapchat, e fino ad ora lo ha fatto bene (se non altro in Instagr.am — di Messenger non parliamo che è meglio) e con successo.

Ma non c’è altro. Non c’è una visione. C’erano, al contrario, un sacco di demo di prodotti inesistenti e futuristici.

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Data Selfie

Un’estensione di Chrome che vi osserva mentre state su Facebook — per poi rivelarvi i dati che a sua volta Facebook colleziona su di voi, e come (in base a questi) vi classifica.

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Facebook accetta password leggermente sbagliate

Da Hacker News:

In addition to the original password, we also accept the password if a user inadvertently has caps lock enabled, if their mobile device automatically capitalises the first character of the password, or if an extra character is added to the end of the password.

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Gli occhi di Facebook

Provate a ispezionare una delle immagini del vostro news feed del Facebook: molto probabilmente avrà un tag alt, automaticamente popolato con attributi che la descrivono – sole, montagna, natura, etc. a seconda di quale che sia il soggetto. Questi attributi non sono inseriti dagli utenti, ma automaticamente da Facebook, che analizza ciascuna immagine caricata e prova a comprenderne il contenuto.

Un’estensione per Chrome vi dà un’idea della quantità di informazioni che Facebook può ricavare con questa tecnica, permettendovi ti testarne le capacità su qualsiasi immagine.

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Il problema di Facebook con le notizie

Si discute molto in questi giorni della sezione trending topics di Facebook, che a differenza del news feed — nel quale la priorità di una notizia rispetto a un’altra viene determinata da un algoritmo — ha delle persone dietro che scelgono a quali notizie dare rilevanza. Pare, stando alle dichiarazioni di uno dei giornalisti che lavora a Facebook, che il social network abbia optato più volte per censurare una notizia a supporto del partito conservatore in favore del partito democratico.

In realtà, trending topics è una sezione piccola di Facebook che vive nella sidebar del sito. Facebook può sì influenzare i suoi utenti scegliendo a quali notizie dare risalto, ma che sicuramente ha più impatto sulle loro idee e scelte politiche è il news feed — e il news feed ahimè ha un problema ben più grosso: ci mostra solo quello che ci dà ragione, contribuendo a una polarizzazione generale delle nostre opinioni. È editoriale ma meno esplicitamente: non ha un gruppo di persone dietro che ne curano il contenuto — come trending topics —, ma ha un algoritmo basato comunque su un principio: suggerirci cose che ci piacciono.

Come scrive Ben Thompson, è il news feed che rischia di fare un danno maggiore alla società:

This, then, is the deep irony of this controversy: Facebook is receiving a huge amount of criticism for allegedly biasing the news via the empowerment of a team of human curators to make editorial decisions, as opposed to relying on what was previously thought to be an algorithm; it is an algorithm, though — the algorithm that powers the News Feed, with the goal of driving engagement — that is arguably doing more damage to our politics than the most biased human editor ever could. The fact of the matter is that, on the part of Facebook people actually see — the News Feed, not Trending News — conservatives see conservative stories, and liberals see liberal ones; the middle of the road is as hard to find as a viable business model for journalism (these things are not disconnected).

La verità è che il problema risiede nella premessa di Facebook di essere neutrale: né l’algoritmo che determina cosa mostrarci nel news feed, né la sezione curata manualmente da un gruppo di giornalisti, lo sono. Entrambi sono editoriali — ed è il news feed, l’idea che solo quello che ci piace ed è in sintonia con le nostre opinioni debba interessarci — che dovrebbe preoccuparci maggiormente.

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Le fotografie come bookmark della nostra vita

Om Malik:

In other words, “the term ‘photographer’ is changing,” he [Peter Neubauer, the co-founder of the Swedish database company Neo Technology] said. As a result, photos are less markers of memories than they are Web-browser bookmarks for our lives. And, just as with bookmarks, after a few months it becomes hard to find photos or even to navigate back to the points worth remembering. Google made hoarding bookmarks futile. Today we think of something, and then we Google it. Photos are evolving along the same path as well.

Thanks to our obsession with photography—and, in particular, the cultural rise of selfies—the problem of how to sort all these images has left the realm of human capabilities. Instead, we need to augment humans with machines, which are better at sifting through thousands of photos, analyzing them, finding commonalities, and drawing inferences around moments that matter. Machines can start to learn our style of photography.

Il mio archivio fotografico non è mai stato così incasinato, al punto che da un paio d’anni a questa parte ho rinunciato a metterci mano. Confido e affido tutto al miglioramento di soluzioni come Google Photos o Forevery, che siano capaci di organizzare le foto automaticamente, per me.

Al contempo, ultimamente, mi chiedo spesso quanto abbia avuto senso scattare quasi quotidianamente così tante fotografie negli ultimi anni. Per il numero (piccolo) di volte in cui sono andato a riguardarle, e per via di funzioni e servizi come On This Day di Facebook, o Timehop, che vogliono ricordarmi ogni giorno quello che stavo facendo, pensando o scrivendo anni prima. Come scrive Om Malik utilizziamo oggi le foto come dei bookmark: non conta più la qualità della foto o l’importanza del momento, le foto sono diventate il modo più facile per appuntarci quello che ci sta succedendo. È utile, però, registrare tutto in maniera così estensiva? Servirà a qualcosa, o è un’ossessione al voler per forza ricordare tutto nei dettagli che non porta a nulla?

Così come internet ha facilitato il restare in contatto con le persone, ha reso anche difficile dimenticare — e un ricordo, una memoria, alla fine è fatta anche di questo. È una cosa sfumata e poco chiara — una cosa di cui ci si ricorda, ma che non si ha più o non è più. La dettagliata e sempre disponibile libreria fotografia dell’iPhone, e i post sui social network, rendono al contrario tutto attuale, registrano le cose esattamente com’erano nel momento in cui avvenivano — non come ce le ricordiamo noi dentro noi, con i buchi causati dal tempo.

Da un articolo già linkato alcune settimane fa:

Part of the palpable dissonance comes from the fact that many of our posts were never intended to become “memories” in the first place. An important question gets raised here: what’s the purpose of all this “content” we serve to platforms, if it’s useless in constructing a remotely valuable history of ourselves? Are we creating anything that’s built to last, that’s worth reflecting on, or have social media platforms led us to prize only the thoughts of the moment?

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L’unico modo in cui Facebook riuscirà ad entrare in Cina è diventando uno strumento del governo

Quartz:

While WeChat is accessible to users all over the world, it runs on a different app inside and outside China. People or organizations anywhere can register for Chinese official accounts (roughly analogous to public Facebook pages), where they’re screened for sensitive content and visible to anyone. Separate official accounts exist for people located outside of China. Data from overseas accounts are stored on overseas servers, and not subject to the same censorship policies. They’re also not accessible to WeChat users who have registered from within China.

Facebook could employ similar tactics, in effect creating a “Great Firewall” from within Facebook itself. Chinese users might still be able to friend individuals outside the country, but be restricted from seeing some of their posts or creating pages the whole world could see. Likewise, foreign companies that create public pages might have to create separate ones for Chinese users.

Praticamente, ci sarebbero due Facebook: quello che usano tutti gli altri, e quello accessibile in Cina.

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Le nuove reazioni di Facebook sono più limitanti del bottone like?

Interessante articolo di Slate sulle nuove reactions di Facebook (le aggiunte recenti al bottone like):

The new reactions aren’t designed to help users express how they really feel. They function more like patches for all those times when a like seems insufficient or inappropriate. […]

Facebook’s limited set of responses feels strangely more constricting than the solitary like button. The Facebook like, the Instagram heart, and the Twitter fave (recently rebranded as a like, too) are all just sunny euphemisms for a gesture of generalized acknowledgement. The like button was a nod. It said: “I see you.” Maybe it was meant to mean “I like the content of this post,” but it often felt like “I like you.” But the additional responses complicate that reading. Now a simple like risks feeling like: “I like this, but I don’t love it.” Or: “I acknowledge you’ve made a joke, but I won’t pretend it made me laugh.” Or “I know I have the option to signal that I’m sad about your dog dying, but I’m inconsiderate or dastardly enough to just like it anyway.”

Il thumbs down pare sia stato scartato perché ambiguo: cos’è che non ti è piaciuto, il post dell’utente o l’argomento che il post tratta?

 

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Quando rivivere il momento non è piacevole

Leigh Alexander su quella funzionalità di Facebook che una volta al giorno ti ricorda cosa ti è successo uno, due, tre o più anni fa nella stessa giornata:

Part of the palpable dissonance comes from the fact that many of our posts were never intended to become “memories” in the first place. An important question gets raised here: what’s the purpose of all this “content” we serve to platforms, if it’s useless in constructing a remotely valuable history of ourselves? Are we creating anything that’s built to last, that’s worth reflecting on, or have social media platforms led us to prize only the thoughts of the moment? […]

We generally think of social media as a tool to make grand announcements and to document important times, but just as often – if not more – it’s just a tin can phone, an avenue by which to toss banal witterings into an uncaring universe. Rather, it’s a form of thinking out loud, of asserting a moment for ourselves on to the noisy face of the world.

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Free Basics: l’Internet finto di Facebook

Zuckerberg non si capacita che l’India possa pensare di bloccare Free Basics, al punto che in “The Times of India” scrive:

We have collections of free basic books. They’re called libraries. They don’t contain every book, but they still provide a world of good.

We have free basic healthcare. Public hospitals don’t offer every treatment, but they still save lives.

We have free basic education. Every child deserves to go to school.

Free Basics è Internet.org sotto un altro nome. Internet.org è una versione debole di Internet, che dà accesso a pochi siti selezionati, fra cui Facebook (se proprio voleva, poteva evitare di inserire se stesso nel pacchetto). Non è la rete, ma la porzione di rete che Facebook ha deciso di includere nel pacchetto di siti accessibili. Crea una situazione di svantaggio per chiunque voglia competere con Facebook, come scrive The Conversation:

Free Basics clearly runs against the idea of net neutrality by offering access to some sites and not others. While the service is claimed to be open to any app, site or service, in practice the submission guidelines forbid JavaScript, video, large images, and Flash, and effectively rule out secure connections using HTTPS. This means that Free Basics is able to read all data passing through the platform. The same rules don’t apply to Facebook itself, ensuring that it can be the only social network, and (Facebook-owned) WhatsApp the only messaging service, provided.

Yes, Free Basics is free. But how appealing is a taxi company that will only take you to certain destinations, or an electricity provider that will only power certain home electrical devices? There are alternative models: in Bangladesh, Grameenphone gives users free data after they watch an advert. In some African countries, users get free data after buying a handset.

La Electronic Frontier Foundation, mesi fa: Internet.org non è sicuro, non è neutrale, e soprattutto non è la rete.

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Dietro il news feed di Facebook

Slate:

Facebook’s data scientists were aware that a small proportion of users—5 percent—were doing 85 percent of the hiding. When Facebook dug deeper, it found that a small subset of those 5 percent were hiding almost every story they saw—even ones they had liked and commented on. For these “superhiders,” it turned out, hiding a story didn’t mean they disliked it; it was simply their way of marking the post “read,” like archiving a message in Gmail.

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Facebook e la rete stupida

Mantellini:

Il problema fondamentale con le reti “stupide” come Internet è da sempre quello che simili reti, per funzionare ed avere successo, devono restare stupide. Devono essere trasparenti ai contenuti ed ai soggetti che li veicolano, devono, semplicemente, non poter far differenza fra grandi e piccoli, fra ricchi e poveri e perfino – e questo può sembrare un problema – fra buoni e cattivi. Internet funziona perché è un network stupido, perché si concentra sulle abilità in ingresso e si disinteressa del valore dei contenuti che transiteranno attraverso le sue linee.
Moltissime delle cose intelligenti che abbiamo imparato a fare negli ultimi anni sono state rese possibili dal fatto che l’architettura che ce le porta a casa è sommamente stupida. […]

Mark Zuckerberg dovrebbe sapere meglio di chiunque altro qual è il valore di un network stupido, che è poi quello stesso valore che ha fatto sì che il mondo intero riconoscesse il suo talento di studente. E se il punto del suo progetto è davvero quello di offrire ai giovani dell’Africa o dell’India le stesse possibilità che ha avuto lui, studi qualcosa di meno ambiguo e attaccabile di una serie di accordi di zero rating con questo o quell’operatore telefonico per la sua azienda e per quelle della sua lista di benefattori dell’umanità.

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L’anti-Turing test

Facebook M, l’assistente virtuale di Facebook, è un AI oppure ha dietro delle persone che compongono manualmente le risposte? Se lo è chiesto Arik Sosman, dato che le richieste che M è in grado di soddisfare sono di gran lunga più complesse di quelle a cui Siri, Google Now, Cortana o qualsiasi altro degli assistenti virtuali esistenti riescono a comprendere.

Alla domanda esplicita (“sei un AI oppure c’è un umano che ti scrive le risposte?”), Facebook M dice di usare e venire aiutato dall’intelligenza artificiale, senza altri dettagli. Ma Sosman, con l’inganno, è riuscito ad andare a fondo della questione facendosi chiamare da M:

M was calling from +1 (650) 796–2402. As can be seen on the photo, the automatic reverse-lookup matched that number to Facebook. Thus, here we are. We have definitive prove that M is powered by humans. The next question is: Is it only humans, or is there at least some AI-driven component behind it? As to this problem, I’ll leave it as a homework assignment for the reader to figure out. In the meantime, I shall enjoy having my own free personal (human) assistant.

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Gli Instant Articles di Facebook si basano su RSS

Dave Winer:

To publishers and bloggers — this is a big deal because it means that the same feeds you generate to post stories to Facebook can be used for other sites. It’s a very strong statement. No publishing silos. Let news flow where it wants to. And let competitors arise who may do more interesting and useful things with news than the big companies can.

Questa è un’ottima notizia, che rende gli Instant Articles molto più appetibili. Invece di costringere editori e blogger a rinunciare ai loro contenuti, gli Instant Articles utilizzano un feed rss per mostrare quello che, in sostanza, appartiene altrove.

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Le bugie e i furti di Facebook Video

Molti media parlano di video nativi un po’ come parlano di articoli nativi: si caricano più velocemente, partono in automatico e ricevono per queste ed altre ragioni molte più visite. Ma come Hank Green fa notare, il numero di visualizzazioni potrebbe essere truccato. Facebook conta qualsiasi utente che sia andato oltre i tre secondi, una cosa molto facile dato che i video partono in automatico:

At that moment, 90% of people scrolling the page are still ‘watching’ this silent animated GIF. But by 30 seconds, when viewership actually could be claimed, only 20% are watching. 90% of people are being counted, but only 20% of people are actually “viewing” the video.

YouTube, on the other hand, counts views in a logical way…the view is counted at the point at which people seem to actually be engaging with the video and not just immediately clicking away. This is usually around 30 seconds, but of course is different for videos of different lengths.

Allo stesso tempo, Green lamenta l’assenza di un sistema simile a Content ID di YouTube, che consegna parte dei ricavi dalla pubblicità al creatore originale.

Facebook Video, pare, è strapieno di video rubati:

According to a recent report from Ogilvy and Tubular Labs, of the 1000 most popular Facebook videos of Q1 2015, 725 were stolen re-uploads. Just these 725 “freebooted” videos were responsible for around 17 BILLION views last quarter. This is not insignificant, it’s the vast majority of Facebook’s high volume traffic.

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