Ci abitueremo a venire osservati dallo smartphone?

Maciej Ceglowski, su Hacker News, si preoccupa di una conseguenza che Face ID potrebbe avere sulla privacy: di come possa venire normalizzata l’idea che un telefono scansioni il nostro volto ogni secondo durante l’uso.

Esattamente come nessuno di noi si pone più il problema di un telefono che in ogni istante sa dove ci troviamo, forse un giorno non ci preoccuperà più un telefono che costantemente ci osserva. Apple è molto attenta alla privacy dei suoi utenti, ma altre aziende — il cui modello di business è basato sulla pubblicità — potrebbero essere spinte a sfruttare il sensore per avere un resoconto ancora più dettagliato delle nostre reazioni e comportamenti:

When you combine this with business models that rely not just on advertising, but on promises to investors around novelty in advertising, and machine learning that has proven extremely effective at provoking user engagement, what you end up with is a mobile sensor that can read second-by-second facial expressions and adjust what is being shown in real time with great sophistication. All that’s required is for a company to close the loop between facial sensor and server.

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Nuovi lavori

Compared with those ancestors, humans today are a massive useless class. What sort of job is “editor of an explanatory journalism web site” next to “farmer”? Would our ancestors value the work of psychologists or customer service representatives or wedding planners or computer coders? Ezra Klein

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In quali Paesi europei hanno senso le macchine elettriche?

Dipende principalmente da come un Paese produce la sua energia; e insomma non hanno senso in Italia, purtroppo, ma nemmeno in Germania, nei Paesi Bassi o nel Regno Unito — questi tre raccolgono il 60% dei veicoli elettrici in circolazione nell’EU.

La mappa di Damien Linhart dà un’idea generale dei Paesi per i quali un’adozione rapida avrebbe senso, e di quelli che prima dovrebbero focalizzarsi sullo sviluppo di energie rinnovabili.

Esclusa Islanda, Norvegia, Francia, Slovacchia e Ungheria, la motivazione ecologica per l’incentivo all’adozione dell’elettrico non sussiste. O meglio: non sussiste l’urgenza. Sarebbe meglio se gli incentivi andassero a supportare il trasporto pubblico, o ad agevolare altri modi di spostarsi in città.

Per bilanciare i dati di Damien — l’Economist alcune settimane fa dichiarava la fine dei motori a scoppio:

Charging car batteries from central power stations is more efficient than burning fuel in separate engines. Existing electric cars reduce carbon emissions by 54% compared with petrol-powered ones, according to America’s National Resources Defence Council. That figure will rise as electric cars become more efficient and grid-generation becomes greener. Local air pollution will fall, too.

Se l’infrastruttura progredisce assieme all’adozione, insomma, siamo sulla buona strada. C’è poi una conseguenza secondaria: le macchine elettriche sono dei computer su ruote, molto meno complesse internamente e più facili da costruire e mantenere. Richiedono meno manodopera. L’Economist prevede cambiamenti enormi per l’intero settore:

Electrification has thrown the car industry into turmoil. Its best brands are founded on their engineering heritage—especially in Germany. Compared with existing vehicles, electric cars are much simpler and have fewer parts; they are more like computers on wheels. That means they need fewer people to assemble them and fewer subsidiary systems from specialist suppliers. Carworkers at factories that do not make electric cars are worried that they could be for the chop. With less to go wrong, the market for maintenance and spare parts will shrink. While today’s carmakers grapple with their costly legacy of old factories and swollen workforces, new entrants will be unencumbered. Premium brands may be able to stand out through styling and handling, but low-margin, mass-market carmakers will have to compete chiefly on cost.

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Claps

Dave Winer su Medium 3.0, la cui differenza principale è l’aver rimpiazzato il like con degli applausi — che uno può applicare infinitamente e ripetutamente allo stesso articolo. Gli (mi) sembrano un po’ agli sgoccioli:

We’re in the long tail of the demise of Medium. They’ll try this, and something else, and then another thing, each with a smaller probability of making a difference, until they turn it off. At that point, if that happens (disclaimer: I’m often wrong), it will be a disaster. A lot of important stuff was published on Medium over the years.

Winer suggerisce a Medium un’altra via, prima di gettare la spugna: smettere di essere una piattaforma chiusa (con obiettivo unico quello di monetizzare il contenuto degli scrittori che attraggono), e diventare un software aperto, una base, sulla quale altri possano costruire.

Come sottolinea Nick Heer, molte delle testate che Medium era riuscita a convincere a passare alla sua piattaforma, meno di un anno fa, se ne sono andate o hanno intenzione di farlo — perché i loro contenuti si perdono dentro Medium, dove tutto si somiglia:

Earlier this year, Film School Rejects and Pacific Standard moved away from the platform; this month, the Awl announced that they went back to WordPress with their old custom theme. The Ringer and Backchannel also left Medium. Once again, I can tell those sites apart from each other.

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È arrivato il momento di portare Gatekeeper su iOS?

Come probabilmente avete già letto, Apple in Cina ha rimosso dal proprio App Store i VPN non autorizzati dal governo cinese. Non penso che opporsi sarebbe servito a molto: credo sia plausibile assumere che avrebbe portato o a un veto di vendita sull’iPhone, o a un blocco completo dei servizi web di Apple.

A questo punto, però, mi sembra ovvio che l’App Store rappresenti un problema: permette a governi di Paesi meno democratici di esercitare e forzare un controllo sull’OS. Come sottolinea John Gruber:

The App Store was envisioned as a means for Apple to maintain strict control over the software running on iOS devices. But in a totalitarian state like China (or perhaps Russia, next), it becomes a source of control for the totalitarian regime.

Non credo succederà — porterebbe parte delle vendite fuori dall’App Store — ma Apple dovrebbe implementare su iOS una soluzione simile a Gatekeeper su macOS.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Dieci anni fa

Un sito vi permette di tornare indietro nel tempo e visitare YouTube, Facebook, New York Times e altri fra i principali siti come apparivano ai visitatori dieci anni fa.

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Webmentions: il futuro dei commenti

Inizio a inciampare su blog che hanno adottato Webmentions, a volte al posto dei commenti. Webmentions è una specifica del W3C, uno standard per conversazioni e menzioni sul web — immaginate replies e retweet ma in formato standard, quindi che funzionano su domini, siti e piattaforme diverse. Webmentions è molto simile al vecchio Pingback, ma supporta anche altri tipi di risposta.

Volendo Twitter, Facebook & co. potrebbero adottare lo standard, ma ovviamente non lo fanno. Se lo adottassero sarebbe possibile mostrare i loro contenuti come risposte a un post — e ricostruire una parte del web che è andata a finire dentro piattaforme.

Nel frattempo, se volete implementarlo, Brid.gy offre un ponte fra questi servizi e il proprio blog.

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AWAKEN

Video

AWAKEN

Un documentario sul rapporto dell’uomo con tecnologia e natura. Di Tom Lowe, prodotto da Terrence Malick.

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Android è a un vicolo cieco?

Secondo Thom Holwerda, che scrive su OSNews, nei prossimi anni Android subirà una trasformazione radicale volta a lasciarsi alle spalle alcuni dei problemi fondamentali che Google negli anni non è riuscita a risolvere, ma che porterà anche all’abbandono di Linux.

Da dove viene il sospetto? Molte risorse e diversi fra i principali sviluppatori di Google stanno lavorando su Fuchsia — un sistema operativo sperimentale, dice Google —, invece che su Android:

Android in its current form suffers from several key architectural problems – it’s not nearly as resource-efficient as, say, iOS, has consistent update problems, and despite hefty hardware, still suffers from the occasional performance problems, among other things – that Google clearly hasn’t been able to solve. It feels like Android is in limbo, waiting for something, as if Google is working on something else that will eventually succeed Android.

Is that something Fuchsia? Is Project Treble part of the plan, to make it easier for Google to eventually replace Android’s Linux base with something else? If Android as it exists today was salvageable, why are some of the world’s greatest operating systems engineers employed by Google not working on Android, but on Fuchsia? If Fuchsia is just a research operating system, why did its developers recently add actual wallpapers to the repository? Why does every design choice for Fuchsia seem specifically designed for and targeted at solving Android’s core problems?

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Dati fra la polvere

Roomba, il robottino che pulisce la casa, oltre a raccogliere polvere raccoglie anche un bel po’ di dati interessanti sulla casa stessa — mappandola e facendosi un’idea di come sia organizzata grazie ai sensori laser che gli permettono di evitare gli ostacoli.

L’azienda che lo produce si è accorta che mentre la polvere non è redditizia, questi dati potrebbero tornare molto utili nello sviluppo di dispositivi ‘smart’ per la casa — e sta pensando di venderli a terzi:

That data is of the spatial variety: the dimensions of a room as well as distances between sofas, tables, lamps and other home furnishings. To a tech industry eager to push “smart” homes controlled by a variety of Internet-enabled devices, that space is the next frontier. […]

With regularly updated maps, Hoffman said, sound systems could match home acoustics, air conditioners could schedule airflow by room and smart lighting could adjust according to the position of windows and time of day.

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Mappe aumentate

Andrew Hart, sviluppatore su iOS, ha sperimentato con ARKit e CoreLocation; il risultato è un nuovo modo di spostarsi per la città, guardandola attraverso lo smartphone (se non altro un miglioramento, seppur relativo, del fissare una mappa sul telefono).

Nei suoi due esperimenti, Hart è riuscito a sovrapporre ai luoghi d’interesse il relativo nome, e a portare la classica striscia blu — che normalmente ci guida sulle mappe dentro gli schermi — nel mondo reale (si fa per dire).

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I wallpaper delle vecchie versioni di macOS — in alta risoluzione

Improvvisamente mi sembra di essere tornato indietro al PowerBook G4, a Tiger. Scaricate.

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Come trovare un’idea per una startup

Da Hacker News:

  1. Pick an industry
  2. Ask someone in that industry what they use spreadsheets for
  3. Build something better

Mi ricorda un’analisi di Ben Evans. Sosteneva che la minaccia principale all’esistenza di Office — in particolare PowerPoint e Excel: due prodotti che vengono utilizzati per i compiti più disparati — non sia un Office migliore ma singole applicazioni che svolgano ciascuna i vari e molteplici compiti che negli anni aziende e persone hanno affidato (impropriamente) a PowerPoint e Excel.

Excel era inizialmente un sistema per analizzare dati numerici, ma col tempo è diventato un software adottato universalmente da aziende di ogni tipo per immagazzinare qualsiasi tipo di dato dentro tabelle. Un database alla portata di tutti. Non c’è bisogno di un Excel migliore perché la maggior parte degli utenti non ha bisogno di Excel; usa Excel perché è uno strumento adattabile, con il quale organizzare facilmente una mole di dati.

Scrive Joel Spolsky, uno dei fondatori di Trello:

Most people just used Excel to make lists. Suddenly we understood why Lotus Improv, which was this fancy futuristic spreadsheet that was going to make Excel obsolete, had failed completely: because it was great at calculations, but terrible at creating tables, and everyone was using Excel for tables, not calculations.

PowerPoint gets killed by things that aren’t presentations at all“, concludeva Evans. Lo stesso vale per Excel. Entrambi verranno rimpiazzati da centinaia di applicazioni; non da un foglio di calcolo migliore, né da un altro software per creare presentazioni.

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Il mio sito ha bisogno di HTTPS?

La risposta è sì, anche se non contiene dati confidenziali, non raccoglie password, non ha form, o è uno stupido sito con nulla d’interessante dentro. I browser si stanno già attrezzando per screditare i siti senza HTTPS — presto Chrome mostrerà un alert ai visitatori avvisandoli che il sito non è sicuro, e lo farà per ciascun form. Anche per quei form che servono ad iscriversi a una semplice newsletter.

Una fra le molte ragioni a favore dell’HTTPS è che preserva l’integrità di un sito. Avete mai notato come da WiFi pubblici — aeroporti, hotel, etc. — certe pagine web appaiano modificate con pubblicità aggiuntive? Questo perché inseriscono script, contenuti, iframe. Volete che terze entità modifichino a vostra insaputa il layout e il contenuto del vostro sito? Volete che un visitatore pensi che quell’odiosa pubblicità sia stata messa lì da voi?

No, appunto — e con HTTPS non possono farlo.

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L’inaccettabile digital divide dei siti web

Technology Review ricorda che non tutti hanno connessioni iper veloci e dati illimitati:

Ma’Niyah has a special-education plan for math; to help her, she’s been assigned problems to do online through Khan Academy. But her mother says she cannot afford broadband from Time Warner Cable, which would begin at around $50 a month, even for an entry-level offering, plus modem and taxes (and the price would rise significantly after the 12-month teaser rate expired). The family has a smartphone, but it’s harder for Ma’Niyah to use the small screen, and Marcella watches her data caps closely; just a few hours of Khan Academy videos would blow past monthly limits. Fast Internet access is available in a library a few blocks away, but “it’s so bad down here that it’s not really safe to walk outside,” Marcella Larry says. […]

A survey by Pew Research shows that fully one-third of American adults do not subscribe to any Internet access faster than dial-up at their home.

La questione sembra venire ignorata presso gli sviluppatori web che conosco, abituati a disegnare su schermi retina e a testare il loro lavoro da connessioni su fibra ottica. La performance di un’app o un sito, per molti, viene dopo la convenienza dello sviluppatore.

La pubblicità è un problema non perché sia brutta da vedere o dia fastidio, ma perché sta rovinando una tecnologia (il web) attribuendogli difetti che in realtà sono dovuti a cattive pratiche. Questa situazione ci ha portato tecnologie e soluzioni completamente futili (per dirne due: Google AMP, Instant Articles) che mettono una pezza a un problema che ci siamo creati da soli. Bloccare la pubblicità — quelle istanze di pubblicità che rovinano il web — è giusto e direi anzi doveroso: si può fare di meglio, ed é giusto penalizzare chi ricorre a behavioural tracking e cattive pratiche senza un minimo ritegno per l’utente finale.

Un sito più veloce è conveniente anche per il business. WPO Stats è un buon sito che raccoglie statistiche e dati che lo dimostrano: se non siete ancora riusciti a convincere il vostro capo, indirizzatelo lì.

(via Ethan Marcotte)

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Muzzle

Applicazione

Muzzle

Un’app che attiva ‘Do Not Disturb’ in automatico durante videochiamate e screen sharing. Se vi è mai capitato di ricevere notifiche imbarazzanti o compromettenti, capite quanto sia necessaria.

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Elogio dell’hardware dell’iPhone

Tyler Cowen sottolinea come nel rendere l’iPhone rivoluzionario abbiano giocato un ruolo rilevante anche varie e diverse innovazioni fatte di atomi; dai materiali utilizzati, al touch screen — importanti tanto quanto le app e il software:

The iPhone is behind the scenes a triumph of mining science, with a wide variety of raw materials and about 34 billion kilograms (75 billion pounds) of mined rock as an input to date, as discussed by Brian Merchant in his new and excellent book “The One Device: The Secret History of the iPhone.” A single iPhone has behind it the production of 34 kilos of gold ore, with 20.5 grams (0.72 ounces) of cyanide used to extract the most valuable parts of the gold.

Especially impressive as a material is the smooth touch-screen, and the user’s ability to make things happen by sliding, swiping, zooming and pinching it — the “multitouch” function. That advance relied upon particular materials, as the screen is chemically strengthened, made scrape-resistant and embedded with sensitive sensors. Multitouch wasn’t new, but Apple understood how to build it into a highly useful product.

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L’iPad non rimpiazza il Mac, e va bene così

Joshua Topolsky sul nuovo iPad:

If you think you can replace you laptop with this setup: you cannot. Imagine a computer, but everything works worse than you expect. […]

But this doesn’t COME CLOSE to replacing your laptop, even for simple things you do, like email. AND one other thing. Apple’s keyboard cover is a fucking atrocity. A terrible piece of hardware. Awkward to use, poor as a cover. Okay in a pinch if you need something LIKE a keyboard.

John Gruber:

A MacBook is better in some ways; an iPad is better in others. For some of us, our personal preferences fall strongly in one direction or the other. “Imagine a computer, but everything works worse than you expect” is no more fair as criticism of the iPad than a statement like “Imagine an iPad but everything is more complicated and there’s always a jumble of dozens of overlapping windows cluttering the screen” would be as criticism of the Mac.

Secondo me hanno ragione entrambi. Per alcune persone un iPad è più che sufficiente; per quelle stesse persone un Mac risulterebbe troppo complicato e non necessario. Ne conosco diverse che hanno rimpiazzato il loro computer con un iPad perché non hanno necessità di un computer; gli basta controllare la posta, navigare in internet, guardare video — e per tutto il resto esistono applicazioni specifiche. E scrivendo ciò non è mia intenzione sminuire l’iPad: l’iPad può anche essere utilizzato per produrre qualcosa di serio, per lavorare — non solamente per un consumo passivo. Apple sta pian piano portando iOS a parità di funzioni e flessibilità con macOS, ma personalmente mi sento ancora dentro una gabbia quando lo uso: è come muoversi dentro percorsi predefiniti. Per uno smartphone la cosa mi sta bene, ma se dovessi rimpiazzare il mio computer con l’iPad mi sentirei ampiamente limitato nei miei movimenti digitali.

Ma credo che Topolsky sappia che per molte persone l’iPad è sufficiente, e non credo abbia scritto la sua recensione pensando a loro: penso piuttosto stesse pensando a quella schiera di blogger che da anni, da quando un iPad era effettivamente inferiore a un Mac, hanno sviluppato workflow convoluti, script arzigogolati, e processi di lavoro ridondanti — cose che su un Mac richiedono un click — per convincersi che l’iPad è il futuro.

iPad e Mac possono convivere. iOS pian piano inizia a somigliare a Mac OS. Nel frattempo, però, non pigliamoci in giro fingendo che siano flessibili in ugual modo.

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Come si faceva il New York Times, nel 1942

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Come si faceva il New York Times, nel 1942

Un’affascinante galleria fotografica racconta come veniva messo assieme il New York Times nel 1942:

In September 1942, Office of War Information photographer Marjory Collins paid a visit to the offices of the New York Times, located at the iconic One Times Square and an annex on 43rd Street.

The Thursday, Sept. 10, 1942 issue was dominated by news of fighting in Europe and the Pacific, as well as rationing and cutbacks on the home front (along with recaps of a Yankees victory over the Browns and horse races at the Aqueduct Racetrack).

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Perchè Amazon ha acquistato Whole Foods?

Ben Thompson:

This is the key to understanding the purchase of Whole Foods: to the outside it may seem that Amazon is buying a retailer. The truth, though, is that Amazon is buying a customer — the first-and-best customer that will instantly bring its grocery efforts to scale. […]

In the long run, physical grocery stores will be only one of the Amazon Grocery Services’ customers: obviously a home delivery service will be another.

I suspect Amazon’s ambitions stretch further, though: Amazon Grocery Services will be well-placed to start supplying restaurants too, gaining Amazon access to another big cut of economic activity. It is the AWS model, which is to say it is the Amazon model, but like AWS, the key to profitability is having a first-and-best customer able to utilize the massive investment necessary to build the service out in the first place.

Ho provato Amazon Fresh un paio di volte, e la convenienza non batte l’incertezza. Un libro è un libro, il canale di provenienza del libro è secondario. Un pesce, del pollo, verdura, etc. invece variano mostruosamente da posto a posto — e nei miei due esperimenti con Amazon Fresh è stata un po’ una lotteria capire cosa fosse decente e cosa no.

Con l’acquisto di Whole Foods Amazon ha acquistato soprattutto — oltre all’infrastruttura, che nel tempo probabilmente espanderà per diventare più modulare, come da copione — dei consumatori che si fidano dei prodotti di Whole Foods. Questo se siete fra quelli a cui piace pagare £15 per due pomodori organici. Che io da Whole Foods ci sono entrato una volta, e ne sono uscito incazzato per la scritta organico che ancora un po’ avrebbero messo anche sulle piastrelle del pavimento.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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