Una ragione in più per evitare, quando possibile, il Mac App Store

Una delle ragioni per cui scelgo di acquistare il software dallo store dello sviluppatore, se possibile, è che frequentemente varie app a caso acquistate dal Mac App Store mi chiedono di ri-autenticarmi. Nell’ultima settimana:

La cosa è fastidiosissima. E non è vero che sono state acquistate da un altro computer, come declamano questi avvisi.

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Il robot di Segway

Segway Robot

Ha un aspetto simpatico (qui un breve video). Può essere utilizzato sia come mezzo di trasporto, che come vostro assistente robotico — capace di bilanciarsi e muoversi autonomamente, riconoscere oggetti, persone e voci; ha uno schermo come viso ed è dotato, pure, di braccia rimuovibili.

È stato creato assieme Ninebot (una startup fondata da Xiaomi) e Intel, che l’ha presentato ieri al CES.

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Come rimuovere le sezione delle notizie da Spotlight

Spotlight è (in teoria) diventato più intelligente con iOS 9. Dovrebbe contenere dei risultati proattivi, suggerirmi applicazioni e contatti per me rilevanti al momento in cui ne faccio uso. Ottimo, uh? Non fosse che, oltre a cose utili, qualcuno a Apple ha deciso che nei risultati di ricerca di ogni singola ricerca ci sia anche spazio per delle notizie; un paio di titoli e anteprime. La metà inferiore dello schermo è solitamente occupata da headline di quotidiani, suggerimenti di articoli che dovrebbero essere a me rilevanti ma in realtà mi annoiano e basta — sto per fare una ricerca, che c’entrano?

Probabilmente avete provato a disattivarli. Probabilmente, siete andati in:

Impostazioni > Generali > Spotlight Search

E avete creduto di esservene liberati disattivando News fra le innumerevoli opzioni, no? Senza alcun risultato, invece, purtroppo :(

Be’, non disperate. In realtà quelle notizie si possono rimuovere, ma da disattivare non è News. Apple ha deciso di chiamarle con il meno ovvio, opaco, “Spotlight Suggestions”. Disattivando queste ultime le notizie se ne vanno.

Lo spazio è liberato, gioiamo assieme.

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jazz.computer

Una composizione interattiva che varia con lo scrolling della pagina. È pure abbastanza piacevole da ascoltare.

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Il futuro dei wearable, senza interfaccia grafica

Pur non avendo alcuna esperienza personale in merito, credo Siri risulti molto più utile su Apple Watch che su iPhone — offre un modello d’interazione immediato, senza possibilità di distrazione, adatto a reperire quel tipo d’informazione concisa che uno va a ricercare su smartwatch. Non siamo ancora arrivati al punto da poter fare tutto per comandi vocali (dato che Siri non funziona perfettamente), ma credo l’idea di un’assistente vocale acquisti su smartwatch non solo più utilità, ma risulti anche più normale (mentre raramente parlo all’iPhone, non credo avrei problemi a parlare all’orologio).

Project Soli di Google — presentato in occasione del Google I/O, e nato dentro il laboratorio ATAP, “Advanced Technology and Projects” — è un altro passo in questa direzione. Google ha miniaturizzato in un minuscolo chip di 9 millimetri quadrati un radar, in grado di determinare i movimenti che facciamo con la mano, e come muoviamo le dita, identificando così gesture di vario tipo. Ad esempio, sfiorare due polpastrelli fra loro, come a indicare la rotazione di una rotella, può indicare il desiderio di variare il volume.

Date le dimensioni, il chip potrà essere inserito in smartwatch, smartphone e wearable di dimensioni ridotte e offrire un modello d’interazione che non richiede una UI.  Con le stesse intenzioni è nato dentro ATAP un altro progetto, Project Jacquard, che vuole trasformare i nostri vestiti nell’interfaccia. Il progetto è già capace di creare tessuti in fibra conduttiva capaci di comunicare con lo smartphone, e Google ha già stipulato una partnership con Levi’s per produrre i primi abiti “intelligenti”. Basta scorrere la mano lungo la manica della camicia, per avviare un’azione sullo smartphone.

Project Soli e Jacquard offrono nuovi modelli d’interazione per l’internet delle cose, suggerendo anche che per certi wearable un’interfaccia grafica possa essere un di più, una complessità aggiuntiva, un impedimento alla loro efficacia.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

Pulizie

Ho sistemato il tema, almeno suppongo.

È più grigio.

Ho cambiato lo stile dei commenti — più leggibili.

Il rimando a post precedente e successivo alla fine di ogni articolo è meno enorme, perché mi aveva stufato.

Il linklog in homepage si vede meglio da mobile.

Il font dei titoli è museo sans, in ogni situazione. Prima no, e faceva casino.

C’erano degli errori, non ci sono più.

La membership include l’accesso a un linklog “extra”: i link sono corredati di commento (lo stesso che poi va a finire nella newsletter, ma in anteprima).

Ho dato più visibilità ai tag a fine di ogni articolo (ho anche iniziato a inserirli meticolosamente in ogni articolo nuovo).

(Effetto collaterale: a volte un tag porta a un articolo di cinque o più anni fa che leggerlo è una pena. Prima era più difficile trovarli. Non andate a trovarli.)

Ho tolto l’header con la scritta grande dall’homepage perché era troppo grande. Però così è sparito anche il menù con categorie — che in qualche modo e in qualche forma dovrà tornare.

(Tutti questi cambiamenti comunque sono online da un paio di settimane.)

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Text Shots — gli screenshot del testo

Un po’ di tempo fa ho iniziato ad allegare ai link condivisi su Twitter (sia sul mio account, che su quello del blog) uno screenshot (di parte) del testo contenuto in essi; un espediente per includere un estratto, e far rientrare nei limiti del tweet un paragrafo per me interessante.

È una pratica molto in uso su Twitter, soprattutto nell’ultimo periodo, al punto che Medium — che ha battezzato questi screenshot testuali text-shotsha costruito un tool apposito per “scattarli” ai suoi articoli.

OneShot è un’applicazione per iOS che permette di fare la stessa cosa su qualunque articolo: prima si scatta uno screenshot dell’articolo, poi si apre OneShot per evidenziare la parte da sottolineare e generare uno screenshot per la condivisione.

Il risultato finale non mi entusiasma, però. Le alternative danno risultati simili: riconfezionano il testo in una maniera che sembra gridare leggimi. Le decorazioni — come i bordi smangiucchiati che OneShot aggiunge — a me non interessano (anzi, proprio non piacciono). Quello che vorrei io è giusto il testo con i metadata principali (autore, url e titolo). Al momento ottengo una cosa simile manualmente, importando gli articoli in Instapaper e poi scattando uno screenshot.

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Dove sono stato questa mattina

Questa mattina ho passeggiato in posti bellissimi, e il tutto da una finestra del browser. Way to Go è un film interattivo (un corto[1. Che poi dipende da quanto vi lasciate prendere. Può durare da 10 minuti, fino a un’ora], in cui il protagonista è animato da voi) — basato su browser, in Javascript, HTML e WebGL. Funziona solo da Chrome, e avviene tutto dentro il browser.

Gli autori lo descrivono come una passeggiata in un bosco (che a un certo punto si è fatta un po’ psichedelica). Il panorama, che lo spettatore esplora spostandosi con il mouse, è a 360°, ricco di particolari affascinanti che nel corso del cammino — e a seconda dell’interazione — si trasformano. Gli unici altri comandi sono W (per camminare), E (per correre) e la barra spaziatrice (per saltare). Non ce ne sono altri, e ovviamente non c’è uno scopo o una missione da compiere: nessuno sforzo, se non premere i tasti (io mi sono ritrovato a schiacciarli spesso, e a rimanerne continuamente affascinato) e lasciarsi coinvolgere dalla narrazione — altrimenti non sarebbe un film interattivo (il migliore del genere che io abbia visto) ma un videogioco.

(La musica è altrettanto coinvolgente: al Sundance, dove l’hanno presentato, è stato mostrato attraverso gli Oculus Rift VR. Immagino ci sarei rimasto dentro per ore.)

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Duet Display + Sugru

Duet Display + Sugru

Il mio iPad Mini — che dall’acquisto dell’iPhone 6 giaceva in abbandono — ha ritrovato uno scopo come display aggiuntivo e esterno del MacBook Air. Duet Display è l’applicazione che lo consente: l’iPad deve rimanere collegato al computer (via porta USB), ma in cambio si ottiene una versione di Mac OS X che funziona su Touch Screen che risponde al tocco. L’iPad diventa un monitor esterno — magari pure Retina, se avete un iPad con Retina Display! — con capacità touch: si possono spostare le finestre dallo schermo del Mac a quello dell’iPad; e rispostarle con il trackpad del MacBook oppure direttamente con la mano, una volta sull’iPad.

Un setup ideale, che funziona senza intoppi (a volte mostra un po’ di lag, ma accettabile e minimo). Da quando l’ho installato mi sono solamente pentito di non avere preso un iPad Air. Sull’iPad ci metto Twitter, timer, newsfeed e cose secondarie, mentre sul MacBook Air posso tenere quello su cui sto lavorando.

Un’aggiunta: Sugru. Con quello (come sempre: ne consiglio l’acquisto), e seguendo una guida sul loro sito, ho creato uno stand per la parete davanti alla scrivania, sul quale poggiare l’iPad e averlo sempre sott’occhio.

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Newsletter, Linklog & Membership

Dopo aver rifatto il template del blog sto mettendo mano a altre parti del blog. Il Linklog è il posto in cui da adesso vanno a finire i link extra, applicazioni e articoli interessanti, che ho letto e apprezzato. Nel mio piccolo tentativo di invogliare a sottoscrivere una membership — oppure regalatela per Natale ai parenti, nonni e zii: è apprezzatissima. Credo. —, e supportare questo blog, i visitatori non-membri del sito hanno accesso solamente ai 10 link più recenti, i quali riconducono tutti alla medesima pagina: una pagina interna a Bicycle Mind, non al link di destinazione (che comunque chi vuole può trovare facilmente copiandone & incollandone il titolo su Google). Al contrario, gli iscritti alla membership hanno accesso a un archivio mensile dei link, funzionanti.

L’altra piccola notizia noiosa riguarda la newsletter. Quella giornaliera è ferma da una settimana, perché stava andando abbandonata a se stessa. È dunque probabile che la newsletter settimanale finisca con l’inglobare quella giornaliera e si arricchisca con quei link sopra menzionati, alcune righe di commento o riassunto. Non ne ho idea, ma questa è la ragione per cui negli ultimi 7 giorni non è stata inviata.

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Aggiornate la pagina

Ieri ho deciso di mettere online il nuovo tema di Bicycle Mind, sul quale lavoravo da un paio di mesi con molte interruzioni e fissazioni non proficue: ho passato metà del tempo ad aggiustare la tonalità dei colori — che sono sicuro cambieranno ancora nei prossimi giorni.

È molto diverso da quello che l’ha accompagnato negli ultimi due anni. Questo era Bicycle Mind nel 2012. Qua lo vedete che sorride, nel 2013. Quest’altra foto screenshot risale a Gennaio 2014. Mentre questa, l’ultima, è di pochi giorni fa.

Innanzitutto, come si rivela sopra, è colorato. Poi ha una tipografia enorme. Non è solo la tipografia ad essersi ingigantita: è successo anche alle immagini. Un’altra cosa minore, che renderà felici molti lettori: è centrato. Qualcosa di più importante: si legge meglio da mobile.

Se volete scoprirlo girovagate fra le pagine di questo blog. Se notate problemi segnalateli nei commenti. Stessa cosa per critiche o suggerimenti.

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Giappone

L’amato (da chi legge) blogger se ne va in Giappone per due settimane. Fra le mete: Tokyo, Mt. Fuji (solo per registrare i passi con il Jawbone UP), Kyoto, Osaka, Kobe.

Il che significa: fino al 18 Luglio le pubblicazioni rallentano, diventano sporadiche e irregolari.

Siccome vi mancherò, ecco una serie di surrogati di me stesso. Per foto di cose a base di matcha, o per foto di enormi quantità di ramen: philapple su Instagr.am. Per tweet inutili su cosa faccio: @philapple[1. Se avete suggerimenti, sono ben graditi]. Per varie cose che potrei scrivere sul viaggio: il mio Tumblr.

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Elena

Questo blog ha una nuova typeface: si chiama Elena e va a sostituire dopo due anni FF Meta Serif. A me sembra bellissima, ovviamente (prendete un articolo lungo, per farvi un’idea più chiara di come si presenta). Ha anche dei colori diversi (più blu e meno rosso) e presenta piccoli aggiustamenti che dovrebbero averlo reso leggermente più piacevole da leggere.

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I nuovi commenti “privati”

Un tempo — due anni fa — questo blog aveva i commenti. Vennero rimossi perché generavano troppi flame e poche discussioni. Il problema dei commenti su Internet è sempre aperto: rimuoverli è la soluzione più drastica ma in mancanza di alternative più soddisfacenti è quella a cui ricorsi. Tuttavia spesso mi viene la tentazione di rimetterli, perché seppur in misura minore ve ne erano alcuni che leggevo con interesse, e offrivano critiche costruttive a quanto da me detto, nuovi spunti di riflessione e dubbio.

Ho deciso di provare a sperimentare una nuova forma di interazione aggiungendo la possibilità di commentare gli articoli in maniera privata: significa che se hai qualcosa da dirmi puoi farlo, rispondendo a un articolo — commentandolo e eventualmente criticandolo — sotto lo stesso. La differenza è che il commento lo riceverò solo io, sotto forma di email.

Ovvero, puoi commentare, ma il tuo commento non è pubblico: lo leggo solo io, e fine. Li leggerò tutti, cercherò anche di rispondere ad alcuni.

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I dieci anni di Skype

Il 29 Agosto Skype ha celebrato i primi dieci anni di vita, che Ars Technica si è dilungata nel raccontare:

Zennström and Friis planned to create a new service that would allow the sharing of home Wi-Fi. But then Annus and Friis had their “eureka!” moment—they could make voice calls cheap and easy by sharing data peer to peer just as Kazaa did. They even talked about creating Wi-Fi phones, an idea that would later be implemented in Skype. In the spring of 2003, an early alpha was coded and shared for testing with about 20 people.

I tempi in cui elogiavo il programma sono finiti da un pezzo, sarà che da un pezzo (almeno per me) Skype non funziona più come una volta: chiamate difficili, disturbate, di qualità nettamente inferiore alle alternative. Insomma, io da tempo affido le mie conversazioni a distanza a FaceTime e Google Hangout, mentre a Skype ho detto addio.

A volere fare delle ipotesi sul perché la qualità sia peggiorata, torna preziosa l’email di alcuni mesi fa scritta da ingegnere di Skype, in cui si spiega com’è cambiata l’architettura del programma, dai tempi in cui Skype era una startup indipendente fino alla vendita a eBay e in seguito Microsoft. Il passaggio da una rete P2P a un sistema di server centralizzato potrebbe esserne la causa:

The Skype peer-to-peer network architecture elected certain nodes to be “supernodes”, to help maintain the index of peers as well as handle parts of the NAT/firewall traversal for other peers. This election algorithm chose only machines with open Internet connectivity, substantial uptime, and which were running the latest version of our peer-to-peer code. The last bit unfortunately meant that most of the time, the election winners were a monoculture of Windows desktop machines running the latest Windows Skype client. This proved to be a problem when not once, but twice a global Skype network outage was caused by a crashing bug in that client… bootstrapping the network back into existence afterwards was painful and lengthy, and that is in part why Skype has switched to server-based “dedicated supernodes”… nodes that we control, can handle orders of magnitudes more clients per host, are in protected data centers and up all the time, and running code that is less complex that the entire client code base.

Il cambiamento, com’è illustrato sopra, è dovuto un po’ a una necessità di maggiore controllo dei nodi e in parte alla diffusione di tablet e smartphone che contrariamente ai PC non sono sempre connessi, hanno una batteria limitata, limiti di consumo e le cui applicazioni possono funzionare in background solo per pochi minuti. Il tutto ha richiesto la creazione di una “Skype Cloud”, che permetta di ricevere chiamate e messaggi istantanei anche quando il software non è in funzione ma ha, allo stesso tempo, snaturato il programma allontanandolo dall’iniziale architettura P2P.

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Come siamo arrivati ad oggi

How we got to Now è una nuova serie televisiva curata da Steve Johnson (autore di Tutto quello che ti fa male ti fa bene), dedicata a esplorare come siamo arrivati a inventare alcune delle tecnologie che oggi diamo per scontate. Andrà in onda nel 2014, e promette di essere interessante:

Each hour-long episode takes one facet of modern life that we mostly take for granted — artificial cold, clean drinking water, the lenses in your spectacles — and tells the 500-year story of how that innovation came into being: the hobbyists and amateurs and entrepreneurs and collaborative networks that collectively made the modern world possible. It’s also the story of the unintended consequences of these inventions: air conditioning and refrigeration didn’t just make it possible to build ski slopes in the desert; they also triggered arguably the largest migration of human beings in the history of the species — to cities like Dubai or Phoenix that would otherwise be virtually uninhabitable.

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Se non sei un nerd, smettila di definirti tale

Video

Se non sei un nerd, smettila di definirti tale

Una campagna per la sensibilizzazione del pubblico contro l’abuso del termine nerd: no, molto probabilmente nemmeno tu lo sei. (via @linuz90)

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In cima alla to-do list di ogni lettore

Domani, 1 Luglio, come annunciato chiude Google Reader. So che non debbo ricordarvelo, che siete tutti affezionati a questo blog, che vi siete già attrezzati, ma sono ansioso e lo faccio comunque: c’è da spostare il feed rss (https://bicyclemind.it/feed) presso un altro servizio che ne faccia le veci (a me piace molto Digg Reader).

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Il futuro delle università, in rete

Il numero del New Yorker in edicola ha un lungo articolo sui MOOC e il futuro delle università, in rete.

In the mid-nineteen-sixties, two economists, William J. Baumol and William G. Bowen, diagnosed a “cost disease” in industries like education, and the theory continues to inform thinking about pressure in the system. Usually, as wages rise within an industry, productivity does, too. But a Harvard lecture hall still holds about the same number of students it held a century ago, and the usual means of increasing efficiency—implementing advances in technology, speeding the process up, doing more at once—haven’t seemed to apply when the goal is turning callow eighteen-year-olds into educated men and women. […]

Bowen spent much of the seventies and eighties as the president of Princeton, after which he joined the Mellon Foundation. In a lecture series at Stanford last year, he argued that online education may provide a cure for the disease he diagnosed almost half a century ago.

Per approfondire, suggerisco di leggere le riflessioni di Clay Shirky sul tema.

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Che noia le macchine volanti

Il periodo che stiamo vivendo è pieno di innovazioni straordinarie che spesso manchiamo di riconoscere come tali; un post divenuto popolare su Medium il mese scorso, 2000, the Year Formerly Known as the Future, delineava un quadro accurato degli oggetti e servizi con i quali ci siamo abituati a convivere e che solo dieci anni fa erano impensabili — nonostante raramente ce lo ricordiamo. Il problema è che spesso manchiamo di riconoscere la loro straordinarietà, soprattutto quando li paragoniamo alle aspettative futuristiche che avevamo; aspettative che erano più appariscenti, ma solo ad uno sguardo superficiale: il presente è altrettanto degno di entusiasmo.

A chi dice che il presente è noioso, vien da dire che ad esserlo sono invece le macchine volanti e poi, subito dopo, piazzargli l’iPhone a due palmi dal naso: “the most basic mobile phone is in fact a communications devices that shames all of science fiction, all the wrist radios and handheld communicators”, diceva Warren Ellis il Settembre scorso, a una conferenza. Bill Gates ha espresso, in un’intervista a WIRED, un concetto simile partendo di Twitter:

Wired: Peter Thiel, expressing his dissatisfaction with technology’s progress, recently noted, “We wanted flying cars, instead we got 140 characters.” Do you agree with him?

Bill Gates: I feel sorry for Peter Thiel. Did he really want flying cars? Flying cars are not a very efficient way to move things from one point to another. On the other hand, 20 years ago we had the idea that information could become available at your fingertips. We got that done. Now everyone takes it for granted that you can look up movie reviews, track locations, and order stuff online. I wish there was a way we could take it away from people for a day so they could remember what it was like without it.

(Via | Elezea)

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