Perchè Amazon ha acquistato Whole Foods?

Ben Thompson:

This is the key to understanding the purchase of Whole Foods: to the outside it may seem that Amazon is buying a retailer. The truth, though, is that Amazon is buying a customer — the first-and-best customer that will instantly bring its grocery efforts to scale. […]

In the long run, physical grocery stores will be only one of the Amazon Grocery Services’ customers: obviously a home delivery service will be another.

I suspect Amazon’s ambitions stretch further, though: Amazon Grocery Services will be well-placed to start supplying restaurants too, gaining Amazon access to another big cut of economic activity. It is the AWS model, which is to say it is the Amazon model, but like AWS, the key to profitability is having a first-and-best customer able to utilize the massive investment necessary to build the service out in the first place.

Ho provato Amazon Fresh un paio di volte, e la convenienza non batte l’incertezza. Un libro è un libro, il canale di provenienza del libro è secondario. Un pesce, del pollo, verdura, etc. invece variano mostruosamente da posto a posto — e nei miei due esperimenti con Amazon Fresh è stata un po’ una lotteria capire cosa fosse decente e cosa no.

Con l’acquisto di Whole Foods Amazon ha acquistato soprattutto — oltre all’infrastruttura, che nel tempo probabilmente espanderà per diventare più modulare, come da copione — dei consumatori che si fidano dei prodotti di Whole Foods. Questo se siete fra quelli a cui piace pagare £15 per due pomodori organici. Che io da Whole Foods ci sono entrato una volta, e ne sono uscito incazzato per la scritta organico che ancora un po’ avrebbero messo anche sulle piastrelle del pavimento.

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Honest Shanghai

Shanghai ha lanciato un’app inquietante che assegna automaticamente un voto di comportamento ai cittadini, calcolato in base ai dati che ha aggregato, raccolti dal governo:

Here’s how the app works: You sign up using your national ID number. The app uses facial recognition software to locate troves of your personal data collected by the government, and 24 hours later, you’re given one of three “public credit” scores — very good, good, or bad.

Shao says Honest Shanghai draws on up to 3,000 items of information collected from nearly 100 government entities to determine an individual’s public credit score.

Una cosa simile è pericolosa, soprattutto se gli algoritmi che prendono queste decisioni restano opachi al cittadino.

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Un giorno senza Javascript

Sonnie Sedge ha provato a navigare senza Javascript per una giornata intera, segnandosi le difficoltà incontrate in diversi luoghi della rete.

Mentre è normale e accettabile che web app complesse non funzionino con Javascript disabilitato (Google Maps), è giusto che siti di informazione (come la BBC, o Wikipedia) risultino accessibili anche senza, e che Javascript non ne comprometta la velocità di accesso:

I maintain that it’s perfectly possible to use the web without javascript, especially on those sites that are considerate to the diversity of devices and users out there. And if I want to browse the web without javascript, well fuck, that’s my choice as a user. This is the web, not the Javascript App Store, and we should be making sure that things work on even the most basic device.

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Fuck Facebook

Joe Cieplinksi:

The number of restaurants, bars, and other local establishments that, thanks to crappy web sites they can’t update, post their daily specials, hours, and important announcements only via Facebook is growing. That’s maddening. Want to know if we’re open this holiday weekend? Go to Facebook.

Go to hell.

John Gruber:

Treat Facebook as the private walled garden that it is. If you want something to be publicly accessible, post it to a real blog on any platform that embraces the real web, the open one.

Dave Winer:

It’s supporting their downgrading and killing the web. Your post sucks because it doesn’t contain links, styling, and you can’t enclose a podcast if you want. The more people post there, the more the web dies. I’m sorry no matter how good your idea is fuck you I won’t help you and Facebook kill the open web.

Facebook non è parte del web. È un’entità chiusa ostile al resto dell’ecosistema.

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Le bizzarre emoji di Samsung

La rappresentazione di un’emoji varia da piattaforma a piattaforma — a volte cambiandone leggermente il significato e causando equivoci.

In genere, però, c’è una qualche somiglianza. Non nel caso di Samsung, che ha fatto delle emoji semplicemente assurde, a caso, e senza alcun apparente motivo.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

Nodi intercambiabili

Quelle volte in cui riesco a ignorare per giorni i social network, lo stream di notizie, twitter, blog, e a sparire brevemente da altri luoghi sociali della rete noto, come Kottke, che dell’assenza non frega nulla a nessuno:

Not a single person noticed that I had stopped using social media. (Not enough to tell me anyway.) Perhaps if it had been two weeks? For me, this reinforced that social media is actually not a good way to “stay connected with friends”. Social media aggregates interactions between loved ones so that you get industrialized communication rather than personal connection. No one really notices if a particular person goes missing because they’re just one interchangeable node in a network.

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Una breve definizione del web

La propone Dieter Bohn:

  • Deve essere linkabile
  • Deve permettere l’accesso a qualsiasi client

Con enfasi sulla seconda:

Links aren’t the complicated part; it’s the part where your thing should allow any client to access it. For the web, that rule is pretty clear: whether you use Chrome or Safari or Edge or Opera or whatever, when you click a link or type in a URL, you get the page you wanted (more or less). Those pages are agnostic to the client. […]

When people talk about the “open web,” agnosticism to the client is really at the heart of it.

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Com’è cambiato Google Maps in un anno

Forse vi ricordate di Justin O’Beirne: è quel tipo fissato con la tipografia di Google Maps e Apple Maps. Ne ha scritto in lungo e nel dettaglio più volte in passato, ha anche un pezzo su come cambia la cartografia per via le auto che si guidano da sole. Personalmente, trovo le sue analisi interessantissime da leggere.

Nell’ultimo anno ha tenuto sott’occhio delle aree di San Francisco, Londra e altre località — scattando screenshot a intervalli regolari — per vedere come e quanto cambiano le mappe di Apple e Google. Quelle di Apple: pochissimo, se non altro durante il 2016 e la prima parte del 2017. Quelle di Google: tanto; i colori sono lievemente cambiamenti, enfasi è stata tolta alle strade ma data a locali, bar, negozi e alle aree di interesse — una feature che è stata aggiunta alle mappe di Google nel corso dell’ultimo anno.

Come sottolinea Justin, cambiare una mappa quando si aggiungono nuove feature è normale: se non lo si facesse la mappa diventerebbe illeggibile. Ma i lievi e continui cambiamenti di Google Maps rivelano un cambiamento più radicale:

Over the course of a year, Google quietly turned its map inside-out – transforming it from a road map into a place map. A year ago, the roads were the most prominent part of the map – the thing you noticed first. Now, the places are. […]

Looking again at the screenshots above of New York, London, and San Francisco, we see a year-over-year increase in place labels and a year-over-year decrease in road labels. And we see the same visually: Google has been gradually increasing the prominence of its places while slowly decreasing the prominence of its roads.

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È ora di smettere di fare ‘pagine’ web

Chris Coyer ha raccolto alcune opinioni sulla direzione che sta prendendo il web, per chi il web lo fa. Ideare, strutturare e sviluppare un sito web per ‘pagine’ è per esempio un modus operandi che abbiamo ereditato dal lavorare su carta — riviste, giornali, etc.

La fluidità del web, la necessità di funzionare su device e schermi completamente diversi, ci sta obbligando a lavorare con pattern. Il layout finale di una pagina web serve a farsi un’idea e a mostrare al cliente come verrà il sito, ma non dovrebbe essere il prodotto finale del lavoro:

Style guides. Design systems. Pattern libraries. These things are becoming a standard part of the process for web projects. They will probably become the main deliverable. A system can build whatever is needed. The concept of “pages” is going away. Components are pieced together to build what users see. That piecing together can be done by UX folks, interaction designers, even marketing.

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Google AMP sta introducendo dei tag proprietari nell’HTML

Nick Heer:

Consider this: Google owns the most popular search engine and the biggest video hosting platform in most countries, operates one of the most-used email services on Earth, has the greatest market share of any mobile operating system, makes the most popular web browser in many countries, serves the majority of the targeted advertising on the web, provides the most popular analytics software for websites, and is attempting to become a major internet service provider. And, to cap it all off, they’re subtly replacing HTML with their own version, and it requires a Google-hosted JavaScript file to correctly display.

Google AMP è una pessima idea che doveva morire sul nascere:

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Microsoft Bob

Prima di Windows 95 Microsoft creò Bob, un sistema operativo che avrebbe dovuto aiutare i non esperti ad avvicinarsi al computer. È una cosa estremamente skeumorfica, con un cane che parla, e applicazioni che stanno su scrivanie e mensole virtuali.

La raccolta di screenshot di toastytech.com rende l’idea meglio. Il sito in generale merita: raccoglie reperti di GUI di OS passati, accompagnati da descrizioni (diciamo che mi ha intrattenuto per buona parte di domenica pomeriggio).

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Il problema di Apple in Cina: WeChat

In Cina, solamente il 50% degli utenti iPhone che hanno cambiato il loro smartphone nel corso del 2016 lo hanno rimpiazzato con un altro iPhone. La percentuale è alta rispetto alla concorrenza, ma bassa se paragonata al tasso di ritenzione vicino all’80% che Apple ha nel resto del mondo.

La ragione? WeChat. Per capire perché, bisogna capire il modello di business di Apple. Come scrive Ben Thompson, la forza di Apple sta nella vendita di hardware differenziato dal software: il monopolio che Apple ha su Mac OS e iOS è centrale per capire il successo di Apple, fuori dalla Cina. Se dovete cambiare smartphone e vi piace iOS, l’unica vostra opzione è un altro iPhone. E grazie all’effetto lock-in dovuto ad iCloud e alle integrazioni di iOS con il resto dell’ecosistema Apple, col tempo cambiare piattaforma diventa uno sforzo sempre più consistente.

Nulla di tutto questo esiste in Cina — perché in Cina è quasi indifferente che l’OS dello smartphone sia iOS o Android e questo perché l’OS è, di fatto, WeChat. WeChat è centrale alla vita giornaliera di quasi 900 milioni di cinesi — WeChat viene utilizzato per leggere le notizie, per chiamare taxi, per pagare il pranzo, per accedere al proprio conto, per trasferire soldi ad amici, per prenotare un appuntamento dal dottore, per accedere a risorse governative e per accedere ai servizi della propria città. Tutti questi servizi sono integrati direttamente in WeChat.

Un articolo del 2015 del gruppo di investimento Andreessen Horowitz spiega WeChat piuttosto bene: WeChat contiene di fatto una miriade di applicazioni. Installare un’applicazione su WeChat — che è, alla base, un’applicazione di messaggistica — significa aggiungere un account ufficiale ai propri contatti. WeChat ha costruito l’infrastruttura (di pagamenti, localizzazione, messaggistica, etc.) che permette poi agli account ufficiali di accedere ai dati dell’utente senza dover ogni volta ri-autenticare o registrare l’utente. Mentre dalle nostre parti la tendenza è nello sviluppo di applicazioni mono-funzione, focalizzate sullo svolgimento di un singolo compito, in Cina WeChat ricopre tutto — non esiste un equivalente nostro, neppure Facebook si espande fino a questi livelli.

In Cina Apple è, in sostanza, l’ennesimo produttore di smartphone. Che l’iPhone abbia iOS poco importa, e quindi poco differenzia i suoi device da quelli Android. La tesi di Ben Thompson è che l’hardware sia, di conseguenza, l’unica ragione per cui comprare un iPhone in Cina.

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Facebook è un monopolio

Ben Thompson:

This, ultimately, is why yesterday’s keynote was so disappointing. Last year, before Facebook realized it could just leverage its network to squash Snap, Mark Zuckerberg spent most of his presentation laying out a long-term vision for all the areas in which Facebook wanted to innovate. This year couldn’t have been more different: there was no vision, just the wholesale adoption of Snap’s, plus a whole bunch of tech demos that never bothered to tell a story of why they actually mattered for Facebook’s users. It will work, at least for a while, but make no mistake, Facebook is the only winner.

Ben paragona la situazione fra Snapchat e Facebook — in cui una innova e l’altra copia senza ritegno — alla situazione fra Apple e Microsoft di anni fa. Snapchat si è definita, nei documenti presentati per la quotazione in borsa, una camera company — intendendo la fotocamera dello smartphone non solo come uno strumento per scattare fotografie, ma come un nuovo input di partenza. Un nuovo cursore:

In the way that the flashing cursor became the starting point for most products on desktop computers, we believe that the camera screen will be the starting point for most products on smartphones. This is because images created by smartphone cameras contain more context and richer information than other forms of input like text entered on a keyboard. This means that we are willing to take risks in an attempt to create innovative and different camera products that are better able to reflect and improve our life experiences.

Zuckerberg, durante il keynote d’apertura della conferenza di settimana scorsa (F8), ha praticamente ripetuto l’obiettivo che Snapchat si è data. La visione di Facebook è copiare Snapchat, e fino ad ora lo ha fatto bene (se non altro in Instagr.am — di Messenger non parliamo che è meglio) e con successo.

Ma non c’è altro. Non c’è una visione. C’erano, al contrario, un sacco di demo di prodotti inesistenti e futuristici.

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Un corso sulle stronzate

Quante stronzate leggete al giorno? Siamo sommersi da notizie false, dati discutibili presi fuori contesto, studi ‘scientifici’ condotti su un campione di tre unicorni ed enfatizzati da comunicati stampa, tweet che discutono una notizia condivisa da un amico su Facebook, che l’ha letta su un blog, che l’ha ripresa da un giornale online, che l’ha ripresa da un articolo d’opinione — che non si capisce più da dove venga ma alla terza iterazione è diventata altro.

Riconoscere una stronzata può essere arduo. Non sempre tutte le stronzate sono palesi come gli articoli del blog del M5S. A volte si celano dietro grafici fuorvianti. Altre riguardano cose che non conosciamo bene e sulle quali, quindi, non possiamo affidarci troppo al nostro giudizio. Nel frattempo, invece di dare una mano, l’ecosistema di distribuzione delle notizie agevola la diffusione delle stronzate. Le notizie false hanno vita lunga, o come postula il Bullshit Asymmetry Principle: “the amount of energy needed to refute bullshit is an order of magnitude bigger than to produce it.” In certi casi, i giornali nemmeno collaborano a migliorare la situazione.

Sopravvivere a questo bullshit overload richiede strumenti critici, di valutazione. Mark Galeotti, sul New York Times, suggerisce che la strada per risolvere il problema sia l’educazione del pubblico:

Instead of trying to combat each leak directly, the United States government should teach the public to tell when they are being manipulated. Via schools and nongovernmental organizations and public service campaigns, Americans should be taught the basic skills necessary to be savvy media consumers, from how to fact-check news articles to how pictures can lie.

Calling Bullshit è un corso della University of Washington (di Seattle) che parte da queste premesse: che gli strumenti critici e d’analisi per discernere una stronzata da un’altra non siano così ovvi e diffusi, e che le stronzate nuove, che leggiamo oggi, siano più insidiose di quelle di un tempo — meno ovvie. Che la via per salvarsi non sia affidarsi ad algoritmi che decidano per noi cosa sia vero e cosa no (nonostante si possa fare di più — in certi casi il problema delle fake news è simile a quello dello spam), ma sviluppare un senso critico che ci aiuti autonomamente ad analizzare una notizia, una visualizzazione, una statistica.

Il corso è appena iniziato, è gratuito, e si può seguire online. La prima lezione introduttiva è già disponibile. Lo consiglio.

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L’ambiziosa visione del futuro di Mark Zuckerberg

New York Times:

In Mr. Zuckerberg’s telling, there are few boundaries for how this technology would evolve. He said he envisioned a world in which people can eventually point smartphone cameras at a bowl of cereal and have an app create tiny sharks swimming in the bowl of milk.

Fra visioni di delfini che nuotano nel latte, e videoconferenze con avatar che fluttuano, il futuro secondo Mark è scemo.

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Electron è il Flash del desktop

L’applicazione per Mac di Slack è basata su Electron, il che significa che non è nativa e che ogni volta che scaricate Slack scaricate, anche, una copia di Google Chrome. Lo stesso vale, fra le tante, per il client di posta Nylas, l’applicazione per prendere appunti Simplenote, e l’editor di codice Atom (per Spotify il discorso è un po’ diverso, ma il risultato lo stesso). Chrome è fatto da circa 15 milioni di linee di codice, non è proprio piccolo insomma: per dimensioni è simile al kernel di Linux.

Questo significa che ogni volta che scaricate un’applicazione basata su Electron scaricate anche un sacco di roba che non serve a nulla, ma che l’applicazione si porta appresso:

You can think of slack as a small javascript program running inside another operating system VM (chrome), that you have to run in order to essentially chat on IRC. Even if you’ve got the real chrome open, each electron app runs its own, extra copy of the whole VM.

And its not a stretch to call chrome an OS. By lines of code, chrome is about the same size as the linux kernel. Like the linux kernel it has APIs for all sorts of hardware, including opengl, VR, MIDI. It has an embedded copy of SQLite, memory management and its own task manager. On MacOS it even contains a userland USB driver for xbox360 controllers. (I know its there because I wrote it. Sorry.)

Does slack contain my code to use xbox controllers? Does the slack team know? Does anyone know? I mean, the slack app is 160 megs on disk.

La conseguenza è che queste applicazioni — nonostante alcune siano semplici: una chat, un editor di testi, etc. — pesano molto, sono lente, consumano tanta batteria e risorse per funzionare.

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Semplice ed efficace

Frank Chimero sul suo approccio al design:

I am for a design that’s like vanilla ice cream: simple and sweet, plain without being austere. It should be a base for more indulgent experiences on the occasions they are needed, like adding chocolate chips and cookie dough. Yet these special occassions are rare. A good vanilla ice cream is usually enough. I don’t wish to be dogmatic—every approach has its place, but sometimes plainness needs defending in a world starved for attention and wildly focused on individuality.

Here is a reminder: the surest way forward is usually a plain approach done with close attention to detail. You can refine the normal into the sophisticated by pursuing clarity and consistency. Attentiveness turns the normal artful.

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Consigli per sfruttare al meglio gli strumenti di sviluppo di Firefox

Per modificare sul momento un design, direttamente nel browser, CSS-Tricks suggerisce alcune funzionalità parte degli strumenti per sviluppatori di Firefox che potrebbero esservi sfuggite. Come document.designMode, che rende il testo della pagina web editabile, o la possibilità di scattare uno screenshot a un nodo del documento.

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Yuval Harari e l’uomo inutile

Ezra Klein di Vox ha intervistato Yuval Harari, autore di Sapiens e, più recentemente, di Homo Deus. Parlando di AI, Harari distingue fra intelligenza e coscienza — che vanno di pari passo negli umani, ma non per forza devono coesistere (o la seconda deve essere necessaria affinché la prima esista) in un’intelligenza artificiale:

Intelligence is not consciousness. Intelligence is the ability to solve problems. Consciousness is the ability to feel things. In humans and other animals, the two indeed go together. The way mammals solve problems is by feeling things. Our emotions and sensations are really an integral part of the way we solve problems in our lives. However, in the case of computers, we don’t see the two going together.

Over the past few decades, there has been immense development in computer intelligence and exactly zero development in computer consciousness. There is absolutely no reason to think that computers are anywhere near developing consciousness. They might be moving along a very different trajectory than mammalian evolution. In the case of mammals, evolution has driven mammals toward greater intelligence by way of consciousness, but in the case of computers, they might be progressing along a parallel and very different route to intelligence that just doesn’t involve consciousness at all.

Un passaggio importante del libro è la possibilità che, come conseguenza dell’automatizzazione, una larga fetta dell’umanità possa perdere la sua valenza economica (e di conseguenza politica) — ovvero diventare ‘inutile’ per lo stato e l’economia. Quando e se questo succederà, il sistema perderà anche l’incentivo di investire su questa classe di persone (la ragione per cui abbiamo università, assistenza sanitaria, etc. etc. è che queste cose ci rendono produttivi).

A questo punto che facciamo? Una possibilità spesso menzionata è che si finisca col nascondersi e col cercare di dare un significato alla propria esistenza tramite la realtà virtuale. Scenario triste, ma non nuovo, dice Harari: sono migliaia di anni che troviamo conforto, significato e modelliamo la nostra esistenza attorno a realtà virtuali che fino ad oggi abbiamo chiamato ‘religione’:

You can think about religion simply as a virtual reality game. You invent rules that don’t really exist, but you believe these rules, and for your entire life you try to follow the rules. If you’re Christian, then if you do this, you get points. If you sin, you lose points. If by the time you finish the game when you’re dead, you gained enough points, you get up to the next level. You go to heaven.

People have been playing this virtual reality game for thousands of years, and it made them relatively content and happy with their lives. In the 21st century, we’ll just have the technology to create far more persuasive virtual reality games than the ones we’ve been playing for the past thousands of years. We’ll have the technology to actually create heavens and hells, not in our minds but using bits and using direct brain-computer interfaces.

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L’UX della Touch Bar non è fantastica

Rands in Repose:

In the history of keyboards, I have never been as inept as I’ve been with the Touch Bar keyboard. I’ve been finishing this piece for the last hour and I’ve been keeping track of the number of times I’ve accidentally hit a Touch Bar button, and that number is nine. The total number for this article is likely 5x the number.

Stoo Sepp:

From a cognitive perspective, the Touch Bar by its very design adds a cognitive burden on the user. Regardless of how ‘delighted’ users might be, or how it may speed up workflows, when it comes to our brain, looking away from what we’re focusing on even if it’s to something related, leads to a loss of information, making it harder to integrate and process that information.

A circa quattro mesi dall’acquisto del nuovo MacBook Pro con Touch Bar, il mio uso di quest’ultima — sia in termini di quantità che di tipologia d’uso — si è ridotto al punto da non giustificarne l’esistenza. Utilizzo sempre i soliti tasti (volume, luminosità dello schermo, blocco del computer e tasto per mostrare la scrivania), con poche eccezioni (con Sketch a volte, raramente, torna utile).

Essendo dinamica e fornendo zero feedback al tocco, è semplicemente impossibile memorizzare la posizione dei tasti — e rendersi conto di quando per errore se ne è premuto uno (haptic feedback potrebbe, in parte, migliorare la situazione). In altre parole, per usarla bisogna guardarla, ovvero togliere gli occhi dallo schermo e quello che si sta facendo e focalizzarsi sulla tastiera.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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