Wikitribune, il nuovo progetto di Jimmy Wales contro le notizie false

Jimmy Wales, co-fondatore di Wikipedia, ha lanciato Wikitribune, un progetto contro le notizie false che vuole mettere fianco a fianco giornalisti e lettori — i primi si occuperanno di scrivere gli articoli, i secondi di verificare i fatti e i dati in maniera rigorosa e con un processo trasparente. Il progetto è, per il momento, in fase di crowdfunding.

Sarà focalizzato sul diventare meno uno stream perpetuo di notizie, più un repository esaustivo di quello che si sa su un certo tema attuale. Senza l’ansia e la fretta che caratterizza la maggior parte dei siti d’informazione.

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Facebook è un monopolio

Ben Thompson:

This, ultimately, is why yesterday’s keynote was so disappointing. Last year, before Facebook realized it could just leverage its network to squash Snap, Mark Zuckerberg spent most of his presentation laying out a long-term vision for all the areas in which Facebook wanted to innovate. This year couldn’t have been more different: there was no vision, just the wholesale adoption of Snap’s, plus a whole bunch of tech demos that never bothered to tell a story of why they actually mattered for Facebook’s users. It will work, at least for a while, but make no mistake, Facebook is the only winner.

Ben paragona la situazione fra Snapchat e Facebook — in cui una innova e l’altra copia senza ritegno — alla situazione fra Apple e Microsoft di anni fa. Snapchat si è definita, nei documenti presentati per la quotazione in borsa, una camera company — intendendo la fotocamera dello smartphone non solo come uno strumento per scattare fotografie, ma come un nuovo input di partenza. Un nuovo cursore:

In the way that the flashing cursor became the starting point for most products on desktop computers, we believe that the camera screen will be the starting point for most products on smartphones. This is because images created by smartphone cameras contain more context and richer information than other forms of input like text entered on a keyboard. This means that we are willing to take risks in an attempt to create innovative and different camera products that are better able to reflect and improve our life experiences.

Zuckerberg, durante il keynote d’apertura della conferenza di settimana scorsa (F8), ha praticamente ripetuto l’obiettivo che Snapchat si è data. La visione di Facebook è copiare Snapchat, e fino ad ora lo ha fatto bene (se non altro in Instagr.am — di Messenger non parliamo che è meglio) e con successo.

Ma non c’è altro. Non c’è una visione. C’erano, al contrario, un sacco di demo di prodotti inesistenti e futuristici.

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L’interfaccia neurale è un’idea agghiacciante

If my thought-dreams could be seen/They’d probably put my head in a guillotine. Bob Dylan, It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding) (*)

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Un corso sulle stronzate

Quante stronzate leggete al giorno? Siamo sommersi da notizie false, dati discutibili presi fuori contesto, studi ‘scientifici’ condotti su un campione di tre unicorni ed enfatizzati da comunicati stampa, tweet che discutono una notizia condivisa da un amico su Facebook, che l’ha letta su un blog, che l’ha ripresa da un giornale online, che l’ha ripresa da un articolo d’opinione — che non si capisce più da dove venga ma alla terza iterazione è diventata altro.

Riconoscere una stronzata può essere arduo. Non sempre tutte le stronzate sono palesi come gli articoli del blog del M5S. A volte si celano dietro grafici fuorvianti. Altre riguardano cose che non conosciamo bene e sulle quali, quindi, non possiamo affidarci troppo al nostro giudizio. Nel frattempo, invece di dare una mano, l’ecosistema di distribuzione delle notizie agevola la diffusione delle stronzate. Le notizie false hanno vita lunga, o come postula il Bullshit Asymmetry Principle: “the amount of energy needed to refute bullshit is an order of magnitude bigger than to produce it.” In certi casi, i giornali nemmeno collaborano a migliorare la situazione.

Sopravvivere a questo bullshit overload richiede strumenti critici, di valutazione. Mark Galeotti, sul New York Times, suggerisce che la strada per risolvere il problema sia l’educazione del pubblico:

Instead of trying to combat each leak directly, the United States government should teach the public to tell when they are being manipulated. Via schools and nongovernmental organizations and public service campaigns, Americans should be taught the basic skills necessary to be savvy media consumers, from how to fact-check news articles to how pictures can lie.

Calling Bullshit è un corso della University of Washington (di Seattle) che parte da queste premesse: che gli strumenti critici e d’analisi per discernere una stronzata da un’altra non siano così ovvi e diffusi, e che le stronzate nuove, che leggiamo oggi, siano più insidiose di quelle di un tempo — meno ovvie. Che la via per salvarsi non sia affidarsi ad algoritmi che decidano per noi cosa sia vero e cosa no (nonostante si possa fare di più — in certi casi il problema delle fake news è simile a quello dello spam), ma sviluppare un senso critico che ci aiuti autonomamente ad analizzare una notizia, una visualizzazione, una statistica.

Il corso è appena iniziato, è gratuito, e si può seguire online. La prima lezione introduttiva è già disponibile. Lo consiglio.

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L’ambiziosa visione del futuro di Mark Zuckerberg

New York Times:

In Mr. Zuckerberg’s telling, there are few boundaries for how this technology would evolve. He said he envisioned a world in which people can eventually point smartphone cameras at a bowl of cereal and have an app create tiny sharks swimming in the bowl of milk.

Fra visioni di delfini che nuotano nel latte, e videoconferenze con avatar che fluttuano, il futuro secondo Mark è scemo.

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Electron è il Flash del desktop

L’applicazione per Mac di Slack è basata su Electron, il che significa che non è nativa e che ogni volta che scaricate Slack scaricate, anche, una copia di Google Chrome. Lo stesso vale, fra le tante, per il client di posta Nylas, l’applicazione per prendere appunti Simplenote, e l’editor di codice Atom (per Spotify il discorso è un po’ diverso, ma il risultato lo stesso). Chrome è fatto da circa 15 milioni di linee di codice, non è proprio piccolo insomma: per dimensioni è simile al kernel di Linux.

Questo significa che ogni volta che scaricate un’applicazione basata su Electron scaricate anche un sacco di roba che non serve a nulla, ma che l’applicazione si porta appresso:

You can think of slack as a small javascript program running inside another operating system VM (chrome), that you have to run in order to essentially chat on IRC. Even if you’ve got the real chrome open, each electron app runs its own, extra copy of the whole VM.

And its not a stretch to call chrome an OS. By lines of code, chrome is about the same size as the linux kernel. Like the linux kernel it has APIs for all sorts of hardware, including opengl, VR, MIDI. It has an embedded copy of SQLite, memory management and its own task manager. On MacOS it even contains a userland USB driver for xbox360 controllers. (I know its there because I wrote it. Sorry.)

Does slack contain my code to use xbox controllers? Does the slack team know? Does anyone know? I mean, the slack app is 160 megs on disk.

La conseguenza è che queste applicazioni — nonostante alcune siano semplici: una chat, un editor di testi, etc. — pesano molto, sono lente, consumano tanta batteria e risorse per funzionare.

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Semplice ed efficace

Frank Chimero sul suo approccio al design:

I am for a design that’s like vanilla ice cream: simple and sweet, plain without being austere. It should be a base for more indulgent experiences on the occasions they are needed, like adding chocolate chips and cookie dough. Yet these special occassions are rare. A good vanilla ice cream is usually enough. I don’t wish to be dogmatic—every approach has its place, but sometimes plainness needs defending in a world starved for attention and wildly focused on individuality.

Here is a reminder: the surest way forward is usually a plain approach done with close attention to detail. You can refine the normal into the sophisticated by pursuing clarity and consistency. Attentiveness turns the normal artful.

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Consigli per sfruttare al meglio gli strumenti di sviluppo di Firefox

Per modificare sul momento un design, direttamente nel browser, CSS-Tricks suggerisce alcune funzionalità parte degli strumenti per sviluppatori di Firefox che potrebbero esservi sfuggite. Come document.designMode, che rende il testo della pagina web editabile, o la possibilità di scattare uno screenshot a un nodo del documento.

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I wuv you wobot!

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I wuv you wobot!

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Yuval Harari e l’uomo inutile

Ezra Klein di Vox ha intervistato Yuval Harari, autore di Sapiens e, più recentemente, di Homo Deus. Parlando di AI, Harari distingue fra intelligenza e coscienza — che vanno di pari passo negli umani, ma non per forza devono coesistere (o la seconda deve essere necessaria affinché la prima esista) in un’intelligenza artificiale:

Intelligence is not consciousness. Intelligence is the ability to solve problems. Consciousness is the ability to feel things. In humans and other animals, the two indeed go together. The way mammals solve problems is by feeling things. Our emotions and sensations are really an integral part of the way we solve problems in our lives. However, in the case of computers, we don’t see the two going together.

Over the past few decades, there has been immense development in computer intelligence and exactly zero development in computer consciousness. There is absolutely no reason to think that computers are anywhere near developing consciousness. They might be moving along a very different trajectory than mammalian evolution. In the case of mammals, evolution has driven mammals toward greater intelligence by way of consciousness, but in the case of computers, they might be progressing along a parallel and very different route to intelligence that just doesn’t involve consciousness at all.

Un passaggio importante del libro è la possibilità che, come conseguenza dell’automatizzazione, una larga fetta dell’umanità possa perdere la sua valenza economica (e di conseguenza politica) — ovvero diventare ‘inutile’ per lo stato e l’economia. Quando e se questo succederà, il sistema perderà anche l’incentivo di investire su questa classe di persone (la ragione per cui abbiamo università, assistenza sanitaria, etc. etc. è che queste cose ci rendono produttivi).

A questo punto che facciamo? Una possibilità spesso menzionata è che si finisca col nascondersi e col cercare di dare un significato alla propria esistenza tramite la realtà virtuale. Scenario triste, ma non nuovo, dice Harari: sono migliaia di anni che troviamo conforto, significato e modelliamo la nostra esistenza attorno a realtà virtuali che fino ad oggi abbiamo chiamato ‘religione’:

You can think about religion simply as a virtual reality game. You invent rules that don’t really exist, but you believe these rules, and for your entire life you try to follow the rules. If you’re Christian, then if you do this, you get points. If you sin, you lose points. If by the time you finish the game when you’re dead, you gained enough points, you get up to the next level. You go to heaven.

People have been playing this virtual reality game for thousands of years, and it made them relatively content and happy with their lives. In the 21st century, we’ll just have the technology to create far more persuasive virtual reality games than the ones we’ve been playing for the past thousands of years. We’ll have the technology to actually create heavens and hells, not in our minds but using bits and using direct brain-computer interfaces.

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Le 69 nuove emoji del 2017

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Le 69 nuove emoji del 2017

Unicode ha approvato le emoji che faranno parte di Unicode 10, che dovrebbe arrivare verso metà anno.

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L’UX della Touch Bar non è fantastica

Rands in Repose:

In the history of keyboards, I have never been as inept as I’ve been with the Touch Bar keyboard. I’ve been finishing this piece for the last hour and I’ve been keeping track of the number of times I’ve accidentally hit a Touch Bar button, and that number is nine. The total number for this article is likely 5x the number.

Stoo Sepp:

From a cognitive perspective, the Touch Bar by its very design adds a cognitive burden on the user. Regardless of how ‘delighted’ users might be, or how it may speed up workflows, when it comes to our brain, looking away from what we’re focusing on even if it’s to something related, leads to a loss of information, making it harder to integrate and process that information.

A circa quattro mesi dall’acquisto del nuovo MacBook Pro con Touch Bar, il mio uso di quest’ultima — sia in termini di quantità che di tipologia d’uso — si è ridotto al punto da non giustificarne l’esistenza. Utilizzo sempre i soliti tasti (volume, luminosità dello schermo, blocco del computer e tasto per mostrare la scrivania), con poche eccezioni (con Sketch a volte, raramente, torna utile).

Essendo dinamica e fornendo zero feedback al tocco, è semplicemente impossibile memorizzare la posizione dei tasti — e rendersi conto di quando per errore se ne è premuto uno (haptic feedback potrebbe, in parte, migliorare la situazione). In altre parole, per usarla bisogna guardarla, ovvero togliere gli occhi dallo schermo e quello che si sta facendo e focalizzarsi sulla tastiera.

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Sistemi che sanno quello che non sanno

Big Medium spiega come Google potrebbe risolvere il problema delle risposte sbagliate. Il problema è, principalmente, un problema di design: c’è molto che Google potrebbe fare per presentare le risposte in maniera differente, invece che come la verità assoluta.

Google gives only the shallowest context for its featured snippets. Sure, the snippets are always sourced; they plainly link to the page where the answer was extracted. But there’s no sense of what that source is. Is it a Wikipedia-style reference site? A mainstream news site? A partisan propaganda site? Or perhaps a blend of each? There’s no indication unless you visit the page and establish the identity and trustworthiness of the source yourself. […]

People don’t click the source links, and that’s by design. Google is explicitly trying to save you the trouble of visiting the source site. The whole idea of the featured snippet is to carve out the presumed answer from its context. Why be a middleman when you can deliver the answer directly?

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Elogio del contante

Aeon Magazine:

If we are going to refer to bank payments as ‘cashless’, we should then refer to cash payments as ‘bankless’. Because that’s what cash is, and right now it is the only thing standing between us and a completely privatised money system.

Da un paio d’anni a questa parte — complice Londra — ho un contatto sporadico con i contanti: la maggior parte degli acquisti, spostamenti (i bus nemmeno li accettano più), transizioni che effettuo è contactless. I contanti sono un fallback d’emergenza che porto con me, nel caso la carta o Apple Pay non funzionino momentaneamente. E, fino ad oggi, tutto ciò mi è sembrato magnifico. Poter fare a meno di girare con monetine e banconote? Ottimo.

L’altro giorno ho avuto un ripensamento. Ero a Peckham Rye — la stazione della metropolitana più vicina a casa — a prendere un caffè in un bar aperto da meno di due settimane, in attesa del treno. Sul momento di pagare noto la scritta ‘card payments only‘. Un po’ di tempo fa era la carta a venire rifiutata e a essere guardata male in certi luoghi, ora sembra si vada nella direzione opposta. La scusa pare essere che a fine giornata i soldi non vanno contati, portati in banca — e insomma è più facile gestirli se sono virtuali. Per la prima volta la possibilità di pagare con carta mi è sembrata, invece di un’opzione conveniente, un obbligo.

Aeon Magazine, nell’articolo linkato in apertura, suggerisce di definire una società basata solamente su pagamenti contactless come bank-payment society: una società in cui le banche gestiscono qualsiasi spostamento del denaro, in cui l’infrastruttura principale per i pagamenti non è aperta e distribuita, ma appartiene a una serie di entità private:

This second mode of money is essentially private, running off an infrastructure collectively controlled by profit-seeking commercial banks and a host of private payment intermediaries – like Visa and Mastercard – that work with them. The data inscriptions in your bank account are not state money. Rather, your bank account records private promises issued to you by your bank, promising you access to state money should you wish. Having ‘£500’ in your Barclays account actually means ‘Barclays PLC promises you access to £500’. The ATM network is the main way by which you convert these private bank promises – ‘deposits’ – into the state cash that has been promised to you. The digital payments system, on the other hand, is a way to transfer – or reassign – those bank promises between ourselves.

Insomma, non è auspicabile. E siccome il caffè mi è costato, al solito, più di £2, direi che la fatica di contare i soldi a fine giornata potrebbero farsela.

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Un web globale

Provate a visitare il sito di Ryanair con javascript disabilitato e, sorpresa — non solo non funzionerà nulla, ma nemmeno apparirà nulla. La ragione è che il sito di Ryanair è stato rifatto, due anni fa circa, completamente in Angular ignorando buone pratiche come il progressive enhancement: javascript, invece di migliorare le funzionalità del sito, è essenziale affinché funzioni. La stessa cosa succede a molte web app, e per certe né è facilmente evitabile e nemmeno è un problema — il discorso è a mio parere diverso per dei siti web come quello i Ryanair che probabilmente, facilmente, vengono utilizzati in viaggio, con connessioni limitate e poco affidabili, di fretta, e che contengono informazioni alle quali l’utente deve accedere.

Nell’ambiente in cui lavoro, sembra quasi che di recente la convenienza, rapidità e facilità di sviluppo per lo sviluppatore siano diventate più importanti dell’usabilità finale del prodotto per l’utente. Si scelgono così tecnologie, librerie, framework e scorciatoie che facilitano la vita allo sviluppatore, ma finiscono anche con l’appesantire il prodotto finale per tutti gli utenti.

L’articolo di Smashing Magazine, World Wide Web, Not Wealthy Western Web, ci ricorda — assieme a varie buone pratiche da adottare — che il web è globale: ad utilizzarlo non siamo solamente noi con iPhone di ultima generazione, Mac recenti e connessioni illimitate e veloci, con Chrome e supporto alle ultime tecnologie. Quando prendiamo decisioni come quella presa da Ryanair tagliamo fuori un enorme pezzo del mercato — che, probabilmente, se ne avesse l’opportunità, utilizzerebbe a sua volta il nostro prodotto:

Across the world, regardless of disposable income, regardless of hardware or network speed, people want to consume the same kinds of goods and services. And if your websites are made for the whole world, not just the wealthy Western world, then the next 4 billion people might consume the stuff that your organization makes.

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I giochi del Game Boy sull’Apple Watch

Uno sviluppatore ha creato un emulatore per portare i vecchi videogiochi del Game Boy su Apple Watch (ci si muove fra swipe e digital crown).

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Scusa per il ritardo nel risponderti

Non sono messo molto meglio di questa persona:

O.K., so it’s taken me two weeks to get back to you, and I have no excuse beyond the fact that I just didn’t care about your thing. I still don’t care, but I’m trying to foster a false sense of productivity by cleaning out my inbox. Please don’t respond to this response and undo my hard work! Looping in Laura, in case you feel that you have to write to someone.

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I bottoni per la condivisione non servono a nulla (su mobile)

Big Medium:

Only 2 out of every 1000 mobile web users ever tap a custom share button—like even once—according to a Moovweb study. We found similarly tiny numbers during our research designing Philly.com and verticals for About.com. That means people are over 11 times more likely to tap a mobile advertisement than a mobile share button for Facebook, Twitter, Pinterest, etc.

A meno che non abbiano raggiunto la pagina tramite un social network: in quel caso sono venti volte più propensi a farne uso.

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Storia del tizio che dice di avere inventato l’email

In riferimento al post precedenteThe Outline racconta la storia di Shiva Ayyadurai, un tizio che dice di avere inventato l’email. Con i vari domini (tutti relativi alla posta elettronica) registrati a suo nome è riuscito a ingannare Google, che alla domanda ‘Chi ha inventato l’email?‘ un po’ di tempo fa rispondeva Shiva Ayyadurai senza indugio.

Fonte dello snippet? Il sito stesso del tizio, come racconta The Outline:

Here’s what a search for “who invented email” turns up on Google. It’s Shiva Ayyadurai. The source is Shiva Ayyadurai’s website. The snippet isn’t even in full sentences because it’s so stuffed with keywords. The issue with this particular featured snippet is bigger than one wrong answer. It’s that Google got roped into a disinformation campaign waged by Ayyadurai.

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Password Rules Are Bullshit

I’ll go so far as to say your password is too damn short. These days, given the state of cloud computing and GPU password hash cracking, any password of 8 characters or less is perilously close to no password at all. So then perhaps we have one rule, that passwords must not be short. A long password is much more likely to be secure than a short one … right?

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Non ne hai avuto abbastanza?

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